Storia

IL CASO MORO. I comunicati e la trattativa

Ciò che le BR chiedevano e la posizione della politica

I 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, furono scanditi anche dai comunicati che le Brigate Rosse divulgarono: furono nove. Vi erano contenute le posizioni dell’organizzazione terroristica e quel che veniva richiesto. Non sempre questi documenti brillavano per chiarezza; difficile dire se per estremizzazione della loro demagogia o per generare maggior confusione negli ambienti politici e nell’opinione pubblica.

In uno di questi, precisamente il comunicato numero 3, venne scritto: “L’interrogatorio, sui contenuti del quale abbiamo già detto, prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del “nuovo” regime che, nella ristrutturazione dello Stato Imperialista delle Multinazionali si sta instaurando nel nostro paese e che ha come perno la Democrazia Cristiana”. “Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”.

Si dovette arrivare sino al comunicato numero 8 per leggere che le BR chiedevano di scambiare la vita di Moro con la liberazione di alcuni brigatisti detenuti. Furono le fasi note come il ‘fronte delle carceri’. Considerate le difficoltà nell’ottenere una risposta positiva dallo Stato, i terroristi ridimensionarono le loro pretese, proponendo lo scambio di un solo brigatista, in cambio dello statista democristiano. Quei giorni videro anche la presa di posizione del Pontefice, Paolo VI che, il 22 aprile del 1978, rivolgendosi agli “uomini delle Brigate Rosse”, li supplicò “in ginocchio” di liberare il suo vecchio amico, sottolineando però, “senza condizioni”. Due parole pronunciate in fondo al discorso, quasi come se fossero state aggiunte in un secondo momento: un episodio sul quale ancora si discute.

Intanto, sul versante politico si verifica una spaccatura: c’era chi voleva mantenere ferme le posizioni, il cosiddetto ‘fronte della fermezza’ costituito dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Socialdemocratico Italiano e dal Partito Liberale Italiano. Ad integrare questo fronte, l’estremismo portato dal Partito Repubblicano Italiano. Ugo La Malfa, leader del PRI, arrivò persino a proporre l’introduzione della pena di morte per i terroristi, precludendo quindi insieme alle altre forze politiche, qualsiasi margine di trattativa. A loro si unirono il Partito Comunista Italiano ed il Movimento Sociale Italiano, pur nelle loro diversità. Al ‘fronte della fermezza’ si contrapponeva quello ‘possibilista’, animato dal Partito Socialista Italiano e dal suo leader, Bettino Craxi, insieme al Partito Radicale, alle forze della Sinistra non comunista, ai cattolici progressisti quali Raniero La Valle, esponenti della cultura come Leonardo Sciascia. I membri dei partiti però, non condividevano all’unanimità le linee ufficiali. Nella Democrazia Cristiana, ad esempio, il Capo dello Stato di allora, Giovanni Leone, era favorevole al dialogo e non si sarebbe fatto alcun problema nel firmare eventuali grazie a favore dei brigatisti detenuti. Con lui, il presidente del Senato, Amintore Fanfani. Nel Partito Comunista, fu Umberto Terracini a prendere le distante dalla linea della fermezza, a vantaggio di maggior elasticità. Contrario alla fermezza, anche il socialdemocratico Giuseppe Saragat nella misura in cui, Sandro Pertini era contrario al dialogo, affermando che non intendeva assistere né al funerale di Moro, ma neanche a quello della Repubblica.

Gli esponenti della ‘linea della fermezza’, motivarono la loro posizione affermando che lo scarcerare i brigatisti, avrebbe potuto essere interpretato come una resa dello Stato. Pensare di rinunciare all’applicazione delle leggi ed alla certezza della pena sulle basi di un ricatto terroristico, per chi aveva aderito alla fermezza, sarebbe stato inaccettabile. A questo si aggiungeva il rischio di creare un pericoloso precedente che avrebbe potuto fare da apripista ad altri sequestri per mano dei terroristi, come a riconoscimenti che non si intendeva concedere, senza considerare il pericolo di farne un vero e proprio partito politico. I brigatisti erano considerati da sempre dei fuorilegge ed in quanto tali, esclusi da qualsiasi tipo di dibattito politico. A corroborare la fermezza, anche il rischio di aprire un capitolo di scontri sociali che potevano essere animati anche dagli uomini delle Forze dell’Ordine, già esasperati per i troppi morti in divisa, lasciati sul selciato dal fuoco dei terroristi. La lunga scia di sangue degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, non si fermò neanche durante i giorni del sequestro di Moro: in quei 55 giorni caddero gli Agenti di Custodia, Lorenzo Cutugno, ucciso a Torino l’11 aprile del ’78 e Francesco De Cataldo, trucidato a Milano nove giorni dopo.

Nel frattempo, Paolo VI ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kurt Waldheim, non facevano mancare i loro appelli alle Brigate Rosse per la liberazione di Moro. Il leader socialista Craxi, forte di una risoluzione emessa dalla direzione del PSI, diede mandato a Giuliano Vassalli di individuare tra i terroristi detenuti, qualche figura di secondo piano che potesse essere utile ad uno scambio. Dalla ricerca emersero i nomi di Paola Besuschio, in carcere dal 1975 per il reato di rapine “proletarie” ed in cattive condizioni di salute; su di lei però, gravava il sospetto di essere l’autrice del ferimento di Massimo De Carolis, Consigliere comunale della Democrazia Cristiana e per questo condannata a 15 anni. A quello della Besuschio si aggiunse il nome di Alberto Buonoconto, militante dei Nuclei Armati Proletari e come la Besuschio, in cattiva salute.

Questi nomi però non erano di interesse dei brigatisti che puntavano su nomi di maggior “prestigio” come Ferrari, Franceschini, Ognibene, Curcio e Sante Notarnicola: quest’ultimo non era un terrorista politico sin dalle sue origini, provenendo dagli ambienti della criminalità comune, ma lo divenne nel tempo.

Il muro contro muro che si venne a creare, favorì che la fermezza avesse la meglio sul possibilismo.

Antonio Marino

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Antonio Marino

Quasi cinquantenne ma con lo spirito da eterno ragazzo. Adoro la compagnia degli amici con la 'A' maiuscola, la buona tavola e le buone birre. Appassionato di politica ma quella con la 'P' maiuscola, sposato più che felicemente. Difetti: sono pignolo. Pregi: sono pignolo

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