Parlare d’amore con amore

Anche l’uomo soffre per amore. Un’ afflizione culturalmente sottovalutata

Un dolore esternato con pudore nel rispetto dei dictact culturali

Carissimi Amici, carissime Amiche, bando a banali e scontate generalizzazioni relative all’analfabetismo sentimentale maschile, oggi parliamo della sofferenza amorosa vissuta dall’uomo, un dolore  culturalmente – da sempre – sottovalutato rispetto a quello femminile.

Seppure è noto che,  contrariamente all’uomo, per la donna, l’amore, occupa il primo posto nella sua tradizionale scala di valori, non è affatto trascurabileil dolore vissuto da lui. Un dolore che, sebbene manifestatoancora da molti con riservatezza, quando non assolutamente mascherato o addirittura negato per pudore, nel sacro rispetto dei proverbiali dictact culturali, non differisce nella sua intensità rispetto a quello di lei.

La proporzione classica, costituita dal credo lungamente incontrastato “l’amore sta alla donna quanto la carriera professionale all’uomo”, inizia a risentire dei contraccolpi inferti dalla maggiore esternazione  emotiva da parte dell’uomo moderno, tanto da constatarne quasi l’allineamento.

Il concetto dell’uomo forte, tutto d’un pezzo, quello “che non deve chiedere mai” è oramai superato da un modello di uomo che si concede di mostrare la sua fragilità senza per questo percepirsi leso nella sua virilità. 

Ovviamente mi riferisco agli  Uomini, non ai maschi grezzi, tutt’al più, questi ultimi,  scalfibili solo nell’orgoglio.

Nutro molta stima nei confronti degli uomini, tanto da esortare alcune donne ad evitarebanali generalizzazioni, una su tutte l’analfabetismo sentimentale, che imputano a qualunque rappresentante del genere maschile che non le gradisca accanto.

Non è poi così difficile comprendere che anche una donna può non essere desiderata da un uomo che, non per questo, merita di essere  tacciato di insensibilità. A questo mi sento di aggiungere un disagio, quasi mai apertamente dichiarato, che talvolta condiziona un uomo, ossia l’aggressività sessuale femminile. Aggressività non identificabile esclusivamente nell’esplicitezza del comportamento, ma anche in riferimento alla distinzione “passiva”del termine – aggressività – che si estende a manifestazioni verbali e non, solo apparentemente innocenti, ma al tempo stesso, pungenti e subdole. E’ destabilizzante e tutt’altro che seducente relegare l’ammirevole femminilità a favore della spregiudicatezza di una presunta modernità.  

Lungi da me il voler contraddire la letteratura, tuttavia, in virtù del  confidenziale dialogo che intrattengo con  gli amici più cari, non posso esimermi dal riferire un tangibile “riposizionamento” dei ruoli.

L’amico, davvero affascinante oltreché nel pieno della carriera, che mi ha recentemente confidato con voce rotta, seguita da una lacrima a stento trattenuta: “Dany, sono distrutto sia fisicamente che psicologicamente perché ho chiuso con la donna che amo tremendamente ancora e so che non sarà più mia. Questo mi logora il cuore e l’anima. Lei era tutto per me”, mi  ha ricordato analoghe frasi che altri, purtroppo non pochi, mi hanno esternato con un simile stato d’animo.  Effettivamente, con me gli uomini parlano e, percependo il mio rispetto, si confrontano in libertà, tanto che qualcuno, parafrasando il compianto Lucio Battisti, mi ha definita “una donna per amico”.

Gli sfoghi maschili sono gestiti con compostezza, atteggiamento che, seppure si differenzia dal più diffuso dirotto pianto femminile, non offusca lo strazio rivelato dallo sguardo e dalle parole.

Personalmente credo che ciascun essere umano, a prescindere da sesso e retaggi culturali, soffra ed abbia il sacrosanto diritto di affrontare il dolore della perdita dell’amore, con le difese che intimamente possiede,non reprimendo le proprie emozioni, ma nell’assoluto  controllo delle proprie reazioni,  con l’imprescindibile vincolo di rispettare le decisioni altrui.

Il rifiutoda parte del partner è devastantee spesso vissuto con rabbia alternata a speranza di riconquista, il più delle volte disillusa. E’ indispensabile concedersi il tempoper elaborare la perdita, mantenendosi scevri da desideri di vendetta, tenendo ben presente che nessuno può pretendere l’amore di nessuno.  Non è certo trascurabile che, talvolta,  insita in questa fase subentri la  mancanza di accettazione dell’abbandono con il conseguente rischio della perdita di controllo. La cronaca ci riporta con tragica costanza, di  individui privi di equilibrio,  che degenerano nello stalking, o peggio, nella violenza, causando episodi tragici.

Ricorrere all’aiuto di uno psicoterapeuta credo possa  fornire un adeguato supporto.

Nel salutarvi caramente, mi congedo  con una canzone, a mio parere bellissima, senza tempo e quanto mai appropriata: l’urlo di dolore di Riccardo Cocciante in  “Quando finisce un amore”.

Un abbraccio!

Daniela Cavallini

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