Speciale Russia 2018

Calcio. Verso il Mondiale di Russia 2018

Chi sono le favorite?

Quando mancano ormai solo due giorni alla gara inaugurale del Mondiale di Russia, è impossibile non provare a sfogliare la rosa delle candidate, più o meno accreditate al trionfo finale del 15 luglio.

La Germania è quasi obbligatoriamente la favorita numero uno. I tedeschi, campioni in carica dopo Brasile 2014, sembrano non aver ancora esaurito la propria esponenziale crescita, che ha idealmente avuto avvio dopo la sconfitta di Dortmund contro l’Italia nella semifinale dei Mondiali casalinghi del 2006. A Jürgen Klinsmann subentrò Joachim Low, che nei dodici anni successivi ha plasmato una corazzata capace di unire alla tradizionale prepotenza fisica una raffinatezza tecnica senza precedenti. La vittoria in Brasile costituì il legittimo coronamento di una ricostruzione operata con pazienza e diligenza, fondata per di più sul coraggioso ricorso a giovani dai piedi buoni e sui numerosi giocatori di origine straniera, poi naturalizzati con passaporto tedesco. Storicamente, poi, il curriculum mondiale dei teutonici parla chiaro; su 18 partecipazioni (mancano quelle del 1930, con Hitler alle porte, e del 1950, con il nazismo da poco alle spalle) infatti, la Nazionale tedesca non si è classificata tra le prime quattro solo in cinque occasioni, mentre nelle ultime quattro edizioni l’approdo in semifinale si è consolidato come una regola.

Subito a ruota dei tedeschi, è da collocare l’Argentina, finalista perdente quattro anni fa proprio contro la Germania dopo una battaglia lunga 120 minuti. La Nazionale sudamericana guidata da Sampaoli, tuttavia, statistiche alla mano rappresenta uno dei più grandi misteri della storia del Mondiale; da sempre capace di sfornare una quantità sterminata di fuoriclasse, fino al 1978 (quando poi si impose nel torneo organizzato in casa, guidata dallo straordinario Mario Kempes) non riuscì mai ad ottenere piazzamenti degni di nota, fatta eccezione per il secondo posto nel 1930. Diego Armando Maradona rappresentò poi il traino dell'”albiceleste” nelle edizioni del 1986 (vittoria in Messico per 3-2 sulla Germania) e del 1990 (sconfitta a Roma per 1-0 in una riedizione dell’epilogo di quattro anni prima). Seguì poi un ventennio di inspiegabile anonimato fino all’amarezza conclusiva del 2014, periodo in cui non mancarono di emergere numerosi giocatori degni di nota, incapaci tuttavia di rendere in Nazionale come nei rispettivi club di appartenenza; suo malgrado, appartiene a questo novero anche il capitano Lionel Messi, che in casacca blaugrana ha vinto e rivinto tutto, senza riuscire però a ripetersi con la squadra del proprio Paese.

Il Brasile, unica rappresentativa che ha preso parte a tutte le 20 edizioni mondiali fin qui disputate e detentrice del record di cinque trionfi, è per rinomanza tra le favorite. La Nazionale verdeoro di Tite è però ben lontana dai fasti dell’epopea di Pelè, così come dalla straripante, ma improduttiva, abbondanza di fuoriclasse del periodo compreso tra l’inizio e la fine degli anni ’80. Al tradizionale “calcio bailado” dei giocolieri carioca si è andato sostituendo un più concreto senso pratico che condusse al successo nel 2002 in Corea e Giappone. Ad oggi, il faro brasiliano è rappresentato da Neymar, reduce da un infortunio, e in fondo opaco successore di altri connazionali che prima di lui indossarono la gloriosa maglia numero dieci. Il Brasile si presenta però in Russia animato da una straordinaria ansia di rivalsa dopo avere, per la seconda volta nella propria storia, perso l’occasione di vincere il Mondiale in casa partendo da squadra favorita; la sconfitta per 1-7 di quattro anni fa contro la Germania brucia ancora quasi quanto il luttuoso epilogo del 1950 contro l’Uruguay e presentarsi questa volta ai nastri di partenza quasi a fari spenti potrebbe in ultimo rivelarsi un vantaggio.

La Spagna prova a ripartire da Julien Lopetegui. Dopo un decennio di trionfi, culminati con la conquista di due campionati europei e la prima, storica, affermazione mondiale in Sudafrica nel 2010, l’era di Del Bosque (che aveva dato seguito al percorso vincente avviato da Aragones) si era chiusa mestamente nel 2014 già dopo le prime due partite del girone. Il pesante 1-5 patito nell’esordio con l’Olanda e il successivo 0-2 incassato dal Cile avevano indotto la convinzione che un’epoca si fosse chiusa; nel girone qualificatorio però gli iberici hanno passeggiato sugli avversari (inclusa una non irresistibile Italia) e si propongono come una candidata ad accedere almeno alle semifinali, quanto meno per regalare il degno saluto ad Andres Iniesta, uno dei più forti centrocampisti di sempre, giunto all’ultima partecipazione ad un Mondiale, dopo aver già dato l’addio al proprio amato Barcellona.

In ultimo, sembra meritevole di una menzione la Francia, apparsa rigenerata dall’insediamento in panchina di Didier Deschamps. I primi suggerimenti circa una rinascita dei transalpini sono infatti arrivati già due anni fa, con la finale dell’Europeo poi persa contro il Portogallo, privato in corso di partita del contributo di Cristiano Ronaldo. L’ex centrocampista e tecnico bianconero dispone di una rosa che nel reparto offensivo è da disciplinare, ma che allo stesso tempo è riduttivo definire rampante, capeggiata da Antoine Griezmann, ormai nel pieno della maturità calcistica. Dopo la generazione d’oro che dominò a cavallo tra la fine dello scorso millennio e i primi anni Duemila, i risultati nella manifestazione mondiale sono stati modesti; le opzioni a cui attingere in Russia saranno però numerose e anche la Francia potrebbe arrivare alle porte di luglio e dire più o meno inaspettatamente la sua.

Gigi Bria

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Antonio Marino

Quasi cinquantenne ma con lo spirito da eterno ragazzo. Adoro la compagnia degli amici con la 'A' maiuscola, la buona tavola e le buone birre. Appassionato di politica ma quella con la 'P' maiuscola, sposato più che felicemente. Difetti: sono pignolo. Pregi: sono pignolo

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