Costume e Società

L’Africa in salotto (tra l’oleandro… e il divano)

Una storia di accoglienza vera, senza propaganda politica, che ha inizio più di 30 anni fa

Oggi tutti parlano di “accoglienza”, di “fratellanza”, oppure se la prendono con “quelle bestie” degli immigrati, oppure si sentono superiori “a quei negri là”. Tutto già visto, tutto già sentito. Allora, se avete un po’ di pazienza, vorrei raccontarvi una piccola storia vera con una piccola premessa. Amo il blues, ho amici afroamericani che mi hanno accolto, ma accolto davvero, fra loro quando sono stato negli Usa a conoscere la loro storia e ad ascoltare la loro musica. Ed è un’esperienza che consiglierei a tutti, perché vi assicuro che noi, incastrati nelle nostre beghe quotidiane e nelle nostre paranoie, avremmo molto da riscoprire. Comunque.

La piccola storia inizia più di trent’anni fa, quando di immigrazione si parlava poco. Inizia quando mia madre e mio padre che non c’è più, che sono stati in molte cose semplici e silenziosi maestri di vita, hanno accolto in casa nostra una ragazza africana, una suorina timida e gentile che veniva dal Burundi. In silenzio, senza strepiti, senza proclami, senza magliette rosse. Insieme a lei, altre ragazze andavano e venivano da casa nostra. Questa ragazza, Maria Teresa, era in Italia per studiare medicina. La nostra casa è diventata quello che si usa chiamare un “porto di mare”, con gente che andava e veniva, mia madre che a volte si disperava per il senso del tempo un po’ “africano” delle ragazze (pranzi e cene a orari un po’ naif…), colori, allegria, un mischiare sensibilità ed esperienze che mi è rimasto nel cuore. Maria Teresa ha imparato l’italiano a una velocità sorprendente, ha studiato, si è laureata e oggi è vicedirettore di un ospedale che cura i bambini del Burundi, in una zona poverissima. Sì, ha fatto tutto questo studiando in un Paese straniero, in una lingua straniera, lontana da casa, e oggi vive salvando bambini in un luogo dove non andrebbe nessuno, con mezzi di fortuna: giusto per far riflettere chi si sente superiore “a quei negri”, senza bisogno di aggiungere altro.

Mamma e papà hanno aiutato quelle ragazze come hanno potuto, con l’ospitalità, economicamente, ma soprattutto con amore, che è l’unica cosa che conta. Proprio in quel periodo, in Ruanda e Burundi è scoppiata la guerra civile con una delle peggiori carneficine che storia ricordi. Sì, perché in questa storia non ci sono Santi, eroi, gente superiore o gente inferiore, ma solo esseri umani che sono uguali dappertutto, con le loro grandezze e le loro inaudite miserie. Maria Teresa ha appreso dall’Italia del massacro di parte della sua famiglia. E’ riuscita miracolosamente ad aiutare una sorella a salvarsi, e con la sorella anche una nipote che allora era solo una bambina. Una bambina sopravvissuta al massacro nascondendosi per giorni nel fango, sotto il tetto di una capanna crollata durante gli scontri. Da quel nascondiglio ha visto assassinare il padre e quattro fratelli. Io allora ero solo un ragazzo. Quella bambina è diventata la mia figlioccia, anche se lei non lo sapeva; con molti sforzi sono riusciti a farla arrivare in Italia, dopo un paio d’anni, dove è stata accolta da una famiglia lombarda. L’ho conosciuta in riva al lago di Como, era solo una ragazzina, traumatizzata ma incredibilmente vitale e decisa a vivere nonostante tutto. Un mese fa sono stato a trovarla insieme a mia madre: ci aveva invitati, alla vigilia del suo matrimonio, per festeggiare insieme e per presentarci il marito. E in quell’occasione abbiamo parlato per la prima volta del passato, e le ho raccontato di quando Maria Teresa mi aveva parlato di lei e mi aveva “scelto” come padrino a distanza: è stata una sorpresa, per lei, sapere che il ragazzo che aveva provato ad aiutarla per quel poco che poteva era l’uomo con qualche capello grigio che aveva davanti! A volte le emozioni sono difficili da descrivere. Lei, adesso, dopo anni di studi, lavora come infermiera ed è una ragazza meravigliosa.

Questa è la “nostra” piccola storia. La piccola storia di una comunità di persone messa insieme un po’ alla buona, casualmente, grazie al cuore grande dei miei genitori. E storie come questa ce ne sono molte. Storie come questa sono l’accoglienza: per questo, quando sento un signore che spiega che bisogna far arrivare ragazzi e ragazze dall’Africa perché “così ci pagano le pensioni”, mi viene un conato di vomito. Per questo quando assisto al coro dei sepolcri imbiancati, quelli dell’accoglienza “a tutti i costi”, quelli che non hanno mai alzato un dito in vita loro per accogliere qualcuno, che si riempiono la bocca di frasi fatte e poi se ne fottono, dai loro divani dorati, di fronte alle sofferenze di chi è costretto a morire sotto il sole raccogliendo pomodori a due euro l’ora, provo uno schifo senza fine. O di chi ha di fronte a sé l’unica opportunità di servire come manovale qualche mafia criminale. O di chi, abbandonato in qualche piazza senza un futuro, deve pisciare per strada sotto gli sguardi inorriditi dei benpensanti. Signori, se portassero voi dall’altra parte e vi scaricassero in una piazza di Nairobi, senza soldi, senza lavoro, senza futuro, pensate che la vostra “cultura superiore” potrebbe salvarvi? E ai signori dell’accoglienza a tutti i costi vorrei chiedere se è accoglienza permettere che mercanti di schiavi carichino centinaia di disperati su bagnarole maleodoranti consegnandoli al fondo del mare o all’oblio, e riempiendo le strade di ragazzine sopravvissute costrette a prostituirsi per vivere. E ai clienti di ragazzine di 14 o 15 anni costrette a prostituirsi per vivere chiederei: ma non vi fate schifo? E a chi oggi si accorge che i migranti sono “i nuovi schiavi”, chiederei: te ne rendi conto solo oggi? Be’, già che ci sei, fa uno sforzo: anche i 18 milioni di tuoi connazionali che vivono sulla soglia di povertà; anche i 50 giovani su 100 che non hanno lavoro; anche quelli sono “i nuovi schiavi”, e non ci sono distinzioni di razza, di pelle, di religione. Sono tutti vittime degli stessi ipocriti. Sono tutti persone.

Va bene, basta così. Grazie se avete letto sino a qui. Io voglio chiudere ringraziando mia madre e mio padre per le porte che hanno aperto fuori e dentro di me.

Paolo Cagnoni

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Antonio Marino

Quasi cinquantenne ma con lo spirito da eterno ragazzo. Adoro la compagnia degli amici con la 'A' maiuscola, la buona tavola e le buone birre. Appassionato di politica ma quella con la 'P' maiuscola, sposato più che felicemente. Difetti: sono pignolo. Pregi: sono pignolo

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