Politica

IL PLURIPREGIUDICATO GRILLO APRE ANCORA IL BECCO

Vuole neutralizzare la Presidenza della Repubblica ma non lo seguono nemmeno i suoi

E’ proprio vero: anche le pulci hanno la tosse. Non pago di aver lasciato in eredità all’Italia quell’incredibile personaggio di Luigi Di Maio, uno che litiga con i congiuntivi mentre scivola sui condizionali, assurto al ruolo di Vicepremier e Ministro del Lavoro in un contesto di paradossale repubblica democratica, il suo creatore, il pluripregiudicato Beppe Grillo, nelle ormai fortunatamente sempre più rare occasioni  di parola politica, ieri si è permesso di attaccare il presidente della Repubblica e le sue funzioni.

“Dovremmo togliere i poteri al Capo dello Stato, dovremmo riformarlo. Un Capo dello Stato che presiede il CSM e Capo delle Forze Armate, non è più in sintonia col nostro modo di pensare”, ha affermato questo guitto d’avanspettacolo che risponde al nome di Beppe Grillo, tentando di arringare quei poveri cristi che stavano ad ascoltarlo ieri a Roma, nella kermesse pentastellata tenutasi al Circo Massimo.

Uno come lui, col suo curriculum giudiziario, se questo fosse un Pese normale, dovrebbe avere il buon gusto di non aprire il becco.

Per quanti non conoscessero o avessero dimenticato le ragguardevoli performance con la Giustizia di questo “onestone”, è giusto ricordare quanto segue:

Il 7 dicembre 1981 Beppe Grillo perse il controllo di un fuoristrada Chevrolet K5 Blazer mentre percorreva la strada militare, che da Limone Piemonte porta sopra il Colle di Tenda. Il veicolo, sei chilometri dopo “Quota 1400” vicino al confine con la Francia, scivolò su un lastrone di ghiaccio e cadde in un burrone profondo ottanta metri. A bordo con Grillo c’erano quattro suoi amici genovesi, con i quali stava trascorrendo il fine settimana dell’Immacolata. Grillo si salvò gettandosi fuori dall’abitacolo prima che l’auto cadesse nel vuoto e, contuso e in stato di choc, riuscì a chiamare i soccorsi. Tre dei suoi amici rimasti nell’auto persero la vita: i coniugi Renzo Giberti e Rossana Quartapelle, rispettivamente di 45 e 33 anni, e il loro figlio Francesco di 9 anni. Il quarto, Alberto Mambretti, 40 anni, fu ricoverato con prognosi riservata a Cuneo.

Tre settimane dopo l’incidente, per Grillo scattò l’incriminazione per omicidio plurimo colposo. Nell’ottobre 1982 la perizia ordinata dal giudice istruttore suggerì che Grillo era colpevole di non aver fatto scendere i suoi passeggeri prima di affrontare il tratto di strada più pericoloso. Per questo, il 28 settembre 1983 fu rinviato a giudizio. Il processo di Primo Grado si celebrò a Cuneo il 21 marzo 1984 e si concluse con l’assoluzione di Grillo per insufficienza di prove. Pubblico ministero e avvocato della difesa fecero, però, ricorso in Appello. Il primo perché aveva chiesto una condanna a sedici mesi di reclusione, il secondo per avere un’assoluzione più ampia.

In Appello il 14 marzo 1985, Grillo fu condannato per omicidio colposo dovuto ad incidente stradale, a quattordici mesi di reclusione con il beneficio della condizionale e della non iscrizione. La condanna fu resa definitiva dalla IV Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione l’8 aprile 1988.

A questo si aggiunge:

nel 2003 il patteggiamento in una causa per diffamazione aggravata intentata contro di lui da Rita Levi-Montalcini. Durante uno spettacolo, Beppe Grillo l’aveva definita “vecchia puttana”, sostenendo che avesse ottenuto il Premio Nobel per la medicina, grazie a una ditta farmaceutica che le aveva comprato il premio.

Nel 2012 in appello Grillo è stato condannato per aver diffamato a mezzo stampa la Fininvest in un suo articolo pubblicato nel 2004 sulla rivista ‘Internazionale’. Il risarcimento del danno patrimoniale, pari a 50.000 euro, oltre alle spese processuali, è stato stabilito dai giudici della Prima Sezione della Corte d’Appello del Tribunale di Roma.

Nel settembre 2013 viene condannato in Corte di Cassazione per avere diffamato l’ex sindaco di Asti, e parlamentare per Forza Italia, Giorgio Galvagno. Nel 2003, Grillo aveva definito l’ex primo cittadino “un tangentista”, durante uno spettacolo al Teatro Alfieri di Asti. Grillo dovrà versare a Galvagno 25.000 euro e gli interessi a partire dal 2003, come risarcimento del danno, oltre al risarcimento per le spese legali.

Il 14 settembre 2015 è stato condannato, in primo grado, dal Tribunale di Ascoli Piceno per diffamazione aggravata nei confronti di Franco Battaglia, professore dell’Università di Modena. La condanna consiste in un anno di reclusione con pena sospesa, 1.250 euro di multa e una provvisionale di 50.000 euro alla parte offesa. In quell’occasione, Grillo si paragonò a Nelson Mandela e a Sandro Pertini. L’11 luglio 2017 la Corte d’Appello di Ancona ha confermato la condanna di primo grado (una provvisionale di 50.000 euro e il pagamento delle spese legali, lievitate a quota 12.000 euro) per diffamazione nei confronti del professor Franco Battaglia, commutando la pena di un anno di reclusione nel pagamento di 6.000 euro.

Ciononostante, il pluripregiudicato Grillo ancora blatera, ma l’aspetto più significativo è dato da coloro i quali sono stati beneficiati dalla sua esistenza “politica”. Dopo aver sentito le sue bestialità, Palazzo Chigi il cui titolare è Giuseppe Conte, espressione diretta dell’ideologia grillina, si è affrettato a prendere le distanze. In una Nota, pur non commentando le affermazioni di questo soggetto, ha affermato che nel Contratto di Governo, non c’è alcuna intenzione di riformare i poteri del Capo dello Stato.

In buona sostanza, Grillo non gode neanche più della credibilità dei suoi che probabilmente, lo hanno visto come un utile veicolo per arrivare ai palazzi del potere ma sono stati sufficientemente intelligenti, malgrado i loro limiti, da prendere le distanze da questo individuo che continua a pontificare come se ne avesse ancora diritto.

Se Grillo ritiene che il Capo dello Stato non sia aderente alla sua idea di Repubblica democratica, nessuno gli vieta di lasciare il nostro Paese a vantaggio di un altro, dove la democrazia è stata revocata: saranno in pochi ai tagliarsi le vene per il dispiacere, a cominciare da Conte, Di Maio e compari, essendo ormai diventato imbarazzante anche per loro.

Antonio Marino

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Antonio Marino

Cinquantunenne ma con lo spirito da eterno ragazzo. Adoro la compagnia degli amici con la 'A' maiuscola, la buona tavola e le buone birre. Appassionato di politica ma quella con la 'P' maiuscola, sposato più che felicemente. Difetti: sono pignolo. Pregi: sono pignolo
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