Le donne sono vento

LE DONNE SONO VENTO. Joelle Franzo

Dalla Cisgiordania con amore - Un sogno per domani

“Dopo la laurea intendo intraprendere la carriera internazionale, sogno di lavorare sul campo dove le problematiche sono maggiori, per una ONG oppure in un’agenzia delle Nazioni Unite. So che è una strada tortuosa e non facile, ci metterò tutto il mio impegno, perché all’inizio sono richiesti almeno due anni di esperienza per entrare a far parte di queste organizzazioni. Quindi ho deciso che inizierò facendo domanda per il servizio civile internazionale.”

Joelle Franzo, 25 anni e prossima alla laurea, è appena tornata da un’esperienza di volontariato internazionale di 3 mesi in Cisgiordania, in un campo profughi. Faceva parte del suo percorso pianificato, perché questo viaggio riguardava anche la ricerca della tesi Magistrale in Diritto Internazionale sui diritti umani e in particolare sulla questione palestinese.

“Con questa esperienza volevo capire se io fossi in grado di vivere in una situazione del genere per un periodo medio lungo come è stato e potessi effettivamente farne la mia futura carriera, perché voglio continuare ciò che mi appassiona, cioè lavorare per la protezione dei diritti umani e voglio poterlo fare all’estero sul campo e non dietro una scrivania. Ho raggiunto l’obiettivo, voglio farlo e ho la capacità per farlo.”

Così giovane e già così determinata. “Sono sempre stata molto attiva nell’ambito del volontariato. Io mi considero una privilegiata, con più libertà rispetto a una gran parte di mondo, ho più diritti; il mio tenore di vita, che rientra nella norma per i nostri canoni, è considerato un lusso in moltissime altre parti del mondo; io ho un passaporto europeo e questo fa di me una persona privilegiata. Finora ho lavorato in Italia, soprattutto con i minori seguendo progetti nelle scuole, all’interno del carcere per parenti con minori, seguo progetti che hanno come destinatari i bambini nei paesi in via di sviluppo. Ho sempre voluto far qualcosa per gli altri perché è come se dessi indietro qualcosa dei privilegi di cui dispongo, e questo mi fa sentire bene e infonde in me grande gioia. Ma nulla in confronto all’esperienza che ho fatto in Cisgiordania, non sono mai stata così felice come quando ero lì nonostante l’intensità dei problemi e le ingiustizie che vedevo tutti i giorni. Sto uscendo dal tracciato classico degli studi in giurisprudenza e quindi spesso mi sono scontrata con l’opinione delle persone che mi stavano vicino, ma ho avuto il supporto delle persone che amo ed è questo che mi ha dato il coraggio di andare avanti da sola, partire da sola.”

Joelle ha fatto volontariato presso uno dei quattro campi profughi che si trovano lungo il perimetro esterno della città di Nablus, in Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati. Anche lì si è occupata dell’attività con ragazzi disabili, in una situazione di tensione non indifferente. Il vero shock Joelle l’ha subìto al ritorno a casa come lei stessa dice: “Mi ha spaventata comprendere, al ritorno a casa, come mi fossi abituata alle ingiustizie in cui per mesi ho vissuto. Noi dovremmo essere i portatori dei diritti, dei valori, della protezione e invece ti abitui, come si sono abituati i palestinesi, a vivere in costante situazione di terrore e privazione. Ho conosciuto solo persone straordinarie e buone, mi hanno accolta a braccia aperte sebbene io sia così diversa da loro per cultura, religione, lingua, io ero la straniera e invece non mi hanno mai fatto sentire straniera. Io parlavo inglese ma le famiglie ovviamente no quindi il gap era enorme eppure mi hanno accolta come un membro della famiglia. Dormivo con loro, mangiavo con loro, mi invitavano a entrare nelle case a bere tè. Un calore profondo e accogliente, ho vissuto valori che noi abbiamo dimenticato.”

“Gli approvvigionamenti ci sono, l’acqua è un problema serio perché spesso finisce la quota che spetta al campo invece hanno accesso a internet senza problemi. Sopravvivono in microsistemi, lavorano nelle botteghe create all’interno del villaggio che è autonomo e sopravvive da solo, dentro la città. Alcuni lavorano in città, fanno i taxisti o i muratori anche se hanno specializzazioni universitarie. Su tutto il territorio sono presenti check-point e per spostarsi è necessario avere permessi. Possono venire in Europa se hanno un visto Schengen, ma non possono andare a Gerusalemme o alla moschea di al-Aqsa, luogo importante per il loro culto. Nonostante questo sono persone con grande forza d’animo, superano difficoltà enormi e vedono solo il lato positivo con stupefacente apertura mentale.”

Joelle dice che aver vissuto sul campo la realtà di quei luoghi è molto differente dall’idea che si può avere di essi. “Spero che la comunità internazionale continui a supportare l’attività dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, perché l’agenzia fa già molto ma purtroppo mancano i fondi per occuparsi al meglio delle cinque aree in cui ci sono rifugiati: Gaza, Cisgiordania, Libano, Giordania e Siria, e questo al fine di garantire l’accesso all’educazione e all’assistenza sanitaria per tutti, anche perché i campi più grossi hanno problemi molto più grandi a causa della maggior concentrazione di persone all’interno.”

La domanda che sorge spontanea è quando sentiremo parlare ancora di Joelle Franzo, perché di certo non ha intenzione di arrestarsi davanti a nessuna difficoltà. Secondo lei quello che fa è solo una goccia in un mare di bisogni tuttavia conclude dicendo: “Ma il mare è fatto di gocce.

Patrizia Massi

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Patrizia Massi

Il più grande destino è quello di imparare molte cose

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