Amore

Il valore della bellezza e la spasmodica ricerca della perfezione estetica

Tratto da “novelle brevi di sicilia” di a. Giostra: “la bigliettaia”

Carissimi Amici, carissime Amiche, la bellezza esteriore è un innegabile valore. Poiché detto valore non è parte di una dote offerta quale diritto naturale a tutti noi, è spesso motivo d’invidia nei confronti degli eletti, nonché d’alterigia oltreché induttivo di azioni malvagie appalesate sin dall’antichità. 

Con la sua preziosità, la bellezza, spesso porta con sé anche la paura della perdita per chi detiene tale privilegio, così come può indurre ad una disperata ricerca, sino all’ossessione, colui/colei, che la natura, a suo insindacabile giudizio, ha deciso di privare. Privare o compensare? Sì, perché la natura, si sa che compensa sempre. 

Uno stereotipo da sfatare riguarda alcune desuete ed assurde affermazioni, quali ad esempio, la classica “meglio brutta e intelligente, piuttosto che bella e oca”: non credo di conoscere solo io donne bellissime ed al contempo intelligenti, con all’attivo brillanti carriere professionali. La bellezza non è un’alternativa all’intelligenza o viceversa. Va detto tuttavia che, come per ogni valore, da sola – la bellezza – non basta. Pertanto commette un grave errore chiunque reputi di poter “campare di rendita”grazie a tale dono.

È innegabile che esistono persone meno avvenenti, ma dotate di grande fascino oppure di intelligenza straordinaria o, magari, nulla di tutto questo, ma dotate di una grande sensibilità. Verrebbe da dire “ad ognuno il suo”

È credibile che vi siano persone che utilizzano lo specchio in modo ossessivo, sia per ammirare la loro perfezione, sia per ricercare con terrore il minimo difetto, cui segue l’assillo di porvi urgentemente rimedio. Da qui il ricorso ossessivo alla chirurgia estetica è pressoché inevitabile. 

Pur costituendo una validissima opportunità, la chirurgia estetica non deve essere abusata e, soprattutto, non concepita con assillo: sottoporsi ad interventi, in modo compulsivo, denota la mancanza di accettazione di sé stessi. Addirittura alcune persone – prevalentemente, ma non esclusivamente solo donne – ricorrono ad interventi estetici nell’illusione di risolvere i propri problemi sentimentali: “con un seno più bello, lui mi amerà”. 

In tema di bellezza, vi riferisco quanto emerso da una ricerca inglese, pubblicata da Behaviour Research and Terapy, ovvero che guardarsi in modo eccessivo allo specchio, potrebbe generare ansia e, in alcuni casi, scatenare un’insoddisfazione di sé, tale da innescare disagi come la depressione.Sono dunque ad alto rischio autostima e sicurezza poiché, osservandosi allo specchio, ognuno percepisce maggiormente i difetti rispetto ai pregi della propria immagine riflessa.

In casi estremi, la citata ossessione, può aggravarsi e divenire una vera e propria patologia, detta dismorfofobia, cioè la fobia che nasce da una visione distorta del proprio aspetto esteriore, causata da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine corporea. Detta patologia è molto seria ed è necessario rivolgersi ad un professionista per ottenere un valido supporto psicologico, in quanto può indurre diversi disturbi e persino idee suicide.

Naturalmente in queste condizioni, emerge il più noto narcisismo, manifestato con il culto innaturale – patologico – della propria persona e con un atteggiamento che tende ad esaurire la personalità nell’esclusiva considerazione ed esaltazione di sé stessi.

Alla luce di quanto asserito, non c’è dunque da stupirsi se chi vive in funzione della propria esteriorità, pur presentando di sé un’immagine invidiabile, dichiara la propria infelicità, soprattutto nell’ambito affettivo/sentimentale.

Un esempio che racchiude alcuni aspetti legati alla spasmodica ricerca della perfezione estetica, lo possiamo leggere nel racconto, qui di seguito allegato, intitolato “La bigliettaia”– tratto da “Novelle brevi di Sicilia”– di Andrea Giostra.

Un abbraccio

Daniela Cavallini

“La bigliettaia”, tratto da Andrea Giostra, “Novelle brevi di Sicilia”, StreetLib, Milano, 2017.

«Dalla finestra entrava una luce forte e accecante che colpiva lo specchio dove la sua immagine veniva riflessa.

Il collo sottile e slanciato le donava un’eleganza innata, naturale … le braccia lunghe e sode erano ritte lungo i fianchi curvi e sinuosi che traboccavano di femminilità … i seni erano alti e sodi, piccoli ma proporzionati, che immaginava presi da dietro con tanta forza da procurarle un intenso dolore mischiato ad un sublime piacere.

Il pube era ricoperto da un fitto ciuffo di peli neri e morbidi ben rasati che immaginava facili da spartire con dita lunghe e sottili per consentire alla lingua di insinuarsi tra le grandi labbra e scovare il clitoride che lentamente ma progressivamente si sarebbe indurito mentre veniva leccato e succhiato sempre più freneticamente.

Le gambe erano lunghe e rese muscolose dagli esercizi che ogni mattina si costringeva con determinazione a fare in una piccola palestra ricavata accanto alla camera da letto.

Di traverso, con lo sguardo obliquo puntato dritto nello specchio, si guardò il sedere tondo, sodo, brasiliano, alto e pronunciato che aveva fatto girare la testa a decine di uomini che se n’erano innamorati.

Era quella la parte del suo corpo che la rendeva orgogliosa di sé più di ogni altra … era il suo culo che la faceva sentire una femmina irresistibile … erano quelle rotondità che amava e che la facevano sentire seduttiva … erano quei due muscoli possenti e rotondi, costruiti con fatica in centinaia di ore di intensa palestra che aveva reso così provocanti e voluttuosi, che le piaceva immaginare di sentirseli prendere voracemente con passione infuocata da due mani grandi e forti di pescatore di tonnara.

Fu a quel punto che si fermò un momento.

Guardò i suoi occhi allo specchio, poi si infilò il vestitino nero molto aderente comprato la sera prima in una boutique del corso che delimitava la Spiaggia Nera.

Le gambe e i polpacci, che non amava, erano scoperti.

Come tutte le mattine si recò in quell’ufficio bianco e arredato parsimoniosamente con vecchi e antiquati mobili di rovere, a staccare biglietti per i turisti che sempre più agitati e di fretta di lì a poco si sarebbero imbarcati chi per tornare sulla terra ferma chi per continuare le vacanze nelle altre isole di quell’arcipelago puzzolente di zolfo e nero di una lava secolare che ai suoi verdi e profondi occhi ancora oggi appariva lurido e sporco.» 

Daniela Cavallini 

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