Storia

1915, l’Italia entra in guerra: il maggio radioso… o quasi

La rocambolesca avventura del nostro ingresso in guerra

Nella nostra rubrica abbiamo dedicato ampio spazio al centenario della Grande Guerra, di cui recentemente si sono svolti i festeggiamenti per la sua vittoriosa conclusione; ben note sono le vicende della guerra sull’Isonzo, sulle cime del Trentino, la tragedia di Caporetto e le gloria delle nostre vittorie sul Grappa e sul Piave. Meno note sono però le vicende dell’ingresso in guerra dell’Italia, una decisione che la storiografia di regime ha dipinto come risultato di una volontà di re e di popolo, che hanno cementato la ferrea volontà degli italiani di concludere una volta per tutte la vicenda risorgimentale contro il nemico di sempre. La realtà della situazione politica di allora e di come i capi decisero di portare il paese in guerra è però ben diversa. Vediamo.

E’ il 28 giugno del 1914 ed a Sarajevo è appena avvenuto il famoso attentato che ha portato all’omicidio di Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria. Sgomento nell’impero, dove le autorità hanno la certezza che i terroristi serbi autori dell’attentato hanno avuto appoggi tra i politici, i militari ed i servizi segreti serbi: insomma, per gli austriaci la Serbia, il piccolo e battagliero stato che da sempre si oppone all’espansionismo austriaco nei Balcani, è la diretta responsabile, e decidono che è ora di finirla e di punire il fastidioso vicino. Il 23 luglio l’Austria invia alla Serbia un ultimatum col quale si pretende che venga fatta un inchiesta per scoprire le responsabilità dell’attentato, ma ad indagare dovranno essere i soli austriaci con pienezza di poteri; ovviamente un ultimatum posto in questi toni era inaccettabile essendo lesivo della dignità di uno stato sovrano, ed era formulato apposta per generare un rifiuto. E difatti i serbi respingono l’ultimatum con al conseguente dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia il 28 luglio.

A questo punto inizia l’incalzare drammatico degli avvenimenti che porteranno alla deflagrazione europea: il 30 luglio la Russia, protettrice della Serbia, dichiara la mobilitazione generale inducendo la Germania (alleata dell’Austria) a dichiararle guerra il 1° di agosto; il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia ed il 4 la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. In tutto questo l’Italia, firmataria del trattato noto come Triplice Alleanza che la legava ad Austria e Germania, si trovava in una situazione diplomaticamente favorevole: difatti la natura strettamente difensiva dell’alleanza ci svincolava dall’obbligo di entrare in guerra, dato che i nostri alleati non erano gli aggrediti ma gli aggressori.

A questo punto si aprivano per noi tre possibilità, avvero: la neutralità, l’intervento a fianco dei nostri alleati tedeschi ed austriaci (particolarmente contro la Francia), o l’intervento contro l’Austria a fianco di Francia, Russia e Gran Bretagna. Il governo, presieduto da Salandra e col marchese di San Giuliano come ministro degli Esteri, decise di proclamare la neutralità; l’opzione dell’ingresso in guerra dalla parte di Austria e Germania fu senz’altro scartato: gli austriaci avevano inviato l’ultimatum alla Serbia senza nemmeno consultare il governo italiano, il governo di un paese alleato, e allora che si arrangiassero visto che il putiferio l’avevano scatenato loro e noi non avevamo alcun obbligo nei loro confronti. Tanto più che la galoppata che stava portando i tedeschi attraverso il Belgio a puntare direttamente a Parigi si è arrestata sulla Marna dove i francesi avevano arrestata l’avanzata dell’esercito del Kaiser.

Ma l’opinione pubblica come era schierata? La maggioranza del paese era senz’altro neutralista, ma come spesso capita in Italia le minoranze rumorose contano più delle maggioranze silenti, e così fu anche in quel drammatico frangente. Vi era un interventismo democratico che vedeva nel militarismo reazionario tedesco il vero nemico della pace, della democrazia e del progresso; vi erano poi quegli interventisti che vedevano la possibilità di liberare Trento e Trieste e di portare quindi a compimento l’opera risorgimentale; c’erano sono poi i nazionalisti, capitanati da D’Annunzio, che andavano oltre e vedevano nella guerra all’Austria la possibilità di dare all’Italia quel ruolo di grande potenza con l’espansione nei Balcani (le isole della costa dalmata, l’Albania), per il dominio dell’Adriatico e l’acquisizione di nuove colonie. Dal lato opposto vi erano i neutralisti capeggiati da Giolitti, il quale riteneva che quella guerra sarebbe stata un impegno troppo grande per la debole e povera Italia di inizio ‘900: non avevamo ne’ le risorse economiche ne’ la forza militare per far fronte ad un tale oneroso impegno.

Nell’ottobre di quel concitato 1914 muore San Giuliano e gli subentra agli Esteri Sonnino, un convinto interventista, che d’accordo con Salandra e con il re decise che l’Italia dovesse entrare in guerra contro l’Austria. La decisione viene presa nel mese di gennaio, ed il 26 aprile, dopo le trattative con Francia, Gran Bretagna e Russia per i compensi che chiedevamo in caso di vittoria, viene firmato il Patto di Londra, che impegnava l’Italia ad entrare in guerra entro un mese dalla firma: era il 26 aprile del 1915. Il patto viene però firmato in gran segreto.

Ma vi erano delle questioni di carattere politico ed istituzionale: l’Italia era pur sempre una monarchia costituzionale ed uno stato liberale; bisognava quindi chiamare in causa il Parlamento, che era in vacanza da marzo e deve riaprire il 12 maggio, e che era a maggioranza giolittiana e quindi neutralista. Bel pasticcio: il re, il presidente del Consiglio ed il ministro degli Esteri hanno impegnato l’Italia ad entrare in guerra senza consultare il Parlamento che è a maggioranza contro la guerra. Il Governo decide, giusto per prendere tempo, di prorogare la riapertura del Parlamento per il 20 maggio; ora Giolitti ed i suoi cominciano a subodorare che qualcosa di strano sta accadendo. Alla fine i parlamentari, con a capo Giolitti, capiscono quanto sta accadendo e la situazione politica precipita: il governo ed il re hanno preso una decisione gravissima senza consultare il Parlamento ed ora Governo e sovrano sono impegnati con quelli che ormai sono i nostri alleati, ma il Parlamento, che ha il potere di votare i pieni poteri al Governo per proclamare lo stato di guerra, è contro la guerra stessa. E’ il caos. Salandra ed il Governo si dimettono e Vittorio Emanuele prende in considerazione di abdicare. E intanto le manifestazioni interventiste degenerano e si arriva ad aggressioni ai deputati neutralisti ed anche lo stesso Giolitti viene messo sotto scorta; la situazione è a dir poco esplosiva.

Il re cerca qualcuno a cui affidare l’incarico di governo, ma tutti rifiutano: nessuno vuole prendere in mano la patata bollente; Vittorio Emanuele non può fare altro che ridare l’incarico a Salandra, il quale si presenta alle Camere il 20 maggio per chiedere i pieni poteri per la guerra. Inaspettatamente il governo ottiene la maggioranza sperata. Cosa possa essere successo a tutti quei deputati che hanno cambiato idea è difficile a dirlo: intimoriti dalle violenze? Forse; non si sa. Fatto sta che il 24 maggio del 1915 il Regno d’Italia dichiara guerra all’Impero Austro-Ungarico. Come sono poi andate le cose è risaputo: Giolitti ha avuto ragione nel prevedere che lo sforzo sarebbe stato troppo grande per la debole Italia da lui così ben conosciuta nel lungo periodo in cui ne era stato alla guida all’inizio del secolo; ma aveva sbagliato preventivando il disastro e la sconfitta: l’Italia ce l’ha infine fatta ed è uscita dalla guerra da vincitore.

Marco Ammendola

Nell’immagine: un illustrazione de “La Domenica del Corriere”.

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa

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