Storia

La strage di Torino: una brutale repressione contro una folla inerme

Il poco noto massacro accaduto nella città che fu prima capitale d’Italia

I primi anni di vita del nuovo Stato nato nel 1861 furono molto travagliati, dovendo i governanti di allora gestire un pesantissimo debito pubblico, far fronte alle gravi carenze nelle infrastrutture, vedersela con l’ostilità di gran parte delle potenze europee, provvedere all’unificazione dei sistemi (doganali, di misure, scolastici, nonché la creazione del nuovo esercito nazionale), e gestire il complesso fenomeno del Brigantaggio. Ovviamente la capitale del neonato Regno d’Italia fu inizialmente Torino, ma nel 1864 fu deciso il trasferimento a Firenze, naturalmente senza perdere la legittima aspirazione su Roma, allora ancora in mano al papa re e al momento intoccabile essendo sotto protezione francese. Poco noto però è il fatto che i torinesi vissero quella decisione come un torto, ribellandosi e dando vita a manifestazioni di piazza che degenerarono in gravi scontri con l’esercito chiamato a ripristinare l’ordine con esiti drammatici. Vediamo come si svolsero quei tragici fatti.

Alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, Roma fu indicata come capitale ideale del regno ma, come abbiamo detto, la Città Eterna era ancora sotto il giogo clericale esistendo ancora lo Stato Pontificio, il quale godeva della protezione dell’imperatore dei francesi Napoleone III, che aveva bisogno dell’appoggio della destra cattolica francese per rimanere ben saldo sul trono; nulla da fare quindi, per il momento di Roma capitale non se ne parlava e le truppe francesi vi rimanevano a presidio. Nel 1864 però, si giunse ad un accordo tra la Francia e l’Italia, riguardante il possibile ritiro della guarnigione francese da Roma; Napoleone III si rese disponibile, richiedendo però come garanzia lo spostamento della capitale d’Italia da Torino ad un’altra città, con la conseguente implicita rinuncia alle mire su Roma. Le autorità italiane accettarono, così pure il re Vittorio Emanuele II anche se di malavoglia, e l’accordo fu firmato il 15 settembre del 1864. Si trattava quindi di decidere la città che avrebbe svolto il ruolo di capitale del Regno d’Italia e la scelta cadde su Firenze, giustificando la decisione con la convenienza strategica di spostare la capitale in una zona più centrale e protetta della penisola.

Come spesso capita in Italia però, vi fu una fuga di notizie che presto divennero incontrollate finendo subito sulle prime pagine dei giornali, i quali riportarono informazioni assolutamente prive di fondamento (come la cessione di territori piemontesi alla Francia ed altre assurdità del genere). Ovviamente il rapido diffondersi di notizie frammentarie ed infondate accese gli animi, ed il 20 settembre una folla manifestò per le vie di Torino al grido di “Roma o Torino!”, fortunatamente senza conseguenze.

Nel primo pomeriggio del giorno seguente però, un gruppo di persone si radunò in piazza San Carlo con bandiere tricolori alla mano, e dalla questura arrivò alle l’ordine alle guardie di pubblica sicurezza di disperdere i manifestanti; le persone presenti sulla piazza reagirono con il lancio di pietre e le guardie reagirono caricando i manifestanti, molti dei quali furono inseguiti, raggiunti e brutalmente percossi; ventinove persone furono arrestate e condotte in questura, difronte al cui edificio si formò un nuovo assembramento e furono anche lanciati dei sassi contro le finestre; con la questura praticamente sotto assedio, le autorità decisero di rilasciare i fermati e, per il momento, gli animi si pacificarono.

Nel tardo pomeriggio però, una folla si assembrò sempre in piazza San Carlo, ma questa volta fu chiamato in causa l’esercito, per cui i manifestanti furono dispersi da truppe di fanteria e cavalleria senza colpo ferire. Un altro gruppo di persone armate di bastoni prese però a dirigersi verso il ministero degli Interni con fare minaccioso, passando per piazza Castello; sulla quella piazza erano schierati gli allievi carabinieri. Dopo un tafferuglio iniziale si udirono dei colpi di arma da fuoco, dopodiché dalle fila degli allievi partì una raffica contro i manifestanti; in breve la piazza si svuotò lasciando sul selciato 15 morti e numerosi feriti.

Il giorno 22 trascorse tranquillo fino a sera quando, ancora in piazza San Carlo, si formò un nuovo assembramento di manifestanti, sempre fronteggiati da allievi carabinieri e truppe di fanteria; nella concitazione del momento i carabinieri spararono verso il centro della piazza colpendo per errore dei soldati di fanteria. A quel punto la situazione andò fuori controllo ed i militari presenti presero a sparare in varie direzioni, fin quando nella piazza rimasero 47 morti (tra cui 4 militari stessi) ed un gran numero di feriti (i segni lasciati dalle pallottole sono visibili ancora oggi). Il numero di feriti degli scontri avvenuti nei giorni 21 e 22 sono stimati in 138, ma la stima è senz’altro in difetto, dato che molti non si recarono negli ospedali preferendo curarsi da soli per il timore di essere individuati ed arrestati dalle autorità.

Ovviamente gravi furono anche le conseguenze politiche dell’accaduto, tant’è che Vittorio Emanuele, addolorato per l’accaduto (egli stesso era nato a Torino) ed in collera per il modo in cui era stato gestito l’ordine pubblico, chiese le dimissioni del Governo di Marco Minghetti, il quale le rassegnò al sovrano il giorno 23; il re affidò poi l’incarico di governo al generale Alfonso La Marmora. Il 3 febbraio del 1865 il re d’Italia partì da Torino per giungere a Firenze, nuova capitale del Regno.

Naturalmente vi furono delle inchieste, sia civili che militari, e vari cittadini e soldati furono arrestati; ma allo scopo di giungere alla definitiva pacificazione degli gli animi ancora esacerbati dai luttuosi fatti di settembre, il re concesse un’amnistia generale il 26 febbraio del 1865; nessuno quindi, né tra i militari, né tra i civili, ebbe a patire conseguenze per quanto accaduto.

Alcuni parlarono di una regia mazziniana dietro i dolorosi fatti di Torino, ma il modo in cui avvennero le manifestazioni di piazza portano ad escludere un piano preordinato; più probabilmente la gente scese in piazza sia per il senso di umiliazione per la perdita di ruolo della città, sia perché si era consapevoli che a quella perdita di importanza sarebbero senz’altro seguite importanti conseguenze di carattere economico ed occupazionale. Beninteso, alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 Cavour (che era purtroppo venuto a mancare nel giugno di quello stesso anno) aveva espressamente detto che gli italiani aspiravano ad avere Roma quale capitale della loro nazione, per cui la provvisorietà del ruolo di capitale per Torino era ben nota a tutti; ma perdere il primato per una città dall’immenso valore simbolico e morale come Roma era un conto, mentre per una qualsiasi altra città solo per ragioni diplomatiche, era cosa ben più dura da digerire.

Resta comunque il fatto che la gestione dell’ordine pubblico in quei tragici giorni di settembre del 1864 fu veramente disastrosa, ed a farne le spese furono i cittadini torinesi che persero la vita. Torino, la città che dopo il fallimento dei moti del 1848 aveva accolto e dato asilo sicuro agli esuli e rifugiati politici che erano dovuti fuggire dagli stati assolutisti e reazionari (Lombardo-Veneto austriaco, Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie), nonché la città in cui il 17 marzo del 1861 fu proclamata l’Unità d’Italia, non meritava un simile trattamento.

Questa dunque la cronaca degli avvenimenti di quel tragico episodio, poco noto (il grande pubblico conosce senz’altro di più la brutale repressione della manifestazione di Milano del maggio 1898, quando il generale Bava Beccaris fece prendere letteralmente a cannonate i manifestanti), ma che merita di essere conosciuto e ricordato.

Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa

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