C’è corresponsabilità nel massacro emotivo di un amore malato

Ognuno è trattato per come si lascia trattare

Lei: “Non merito un uomo come te… nessuna donna è così in basso per meritarti”.

Lui “Se non tieni più a me, dimostralo! Dici sempre così… fammi vedere almeno stavolta che sei una vera donna”.

Amiche ed Amici carissimi, con queste frasi, emblema del disprezzo più assoluto,  una mia carissima Amica, ha interrotto il suo tormentato rapporto sentimentale. Una relazione difficile, che parzialmente riconduce ad alcuni miei precedenti articoli.

Benchè sia a conoscenza dei molti, troppi, comportamenti squilibrati manifestati dal “signore” in questione, ossia abbandoni decretati con irripetibili insulti, alternati ad altrettanti ritorni intrisi di allettanti promesse che si vanificano ”dans l’espace d’un matin”, è innegabile che lei, accettando questo stato di cose, ne diviene complice.  Sarebbe sufficiente che all’ennesimo “ritorno” gli rispondesse con un assertivo rifiuto. E’ pur vero che quando amiamo – o crediamo di amare -, a prescindere da intensità e forma, siamo più vulnerabili e purtroppo propensi a lasciarci manipolare, ma questo non ci esime dall’assumerci la corresponsabilità di questo massacro emotivo.

Mi sono più volte espressa in tono impopolare (o razionale?!) sull’argomento “amore malato” e, pur volendo molto bene alla mia Amica, non le riservo alcuna eccezione. Tuttavia, scelgo di soprassedere all’istintualità espressiva  che mi sarebbe propria, per concentrarmi  sull’aspetto più evidente di questa storia: il disprezzo.

Poiché il termine disprezzo corrisponde ad un’emozione spesso confusa, riporto fedelmente il significato da dizionario: “sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e di sdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale, abiette, volgari.”

Diversamente dall’odio, emozione totalizzante, il disprezzo si appalesa col risentimento generato dalla percettiva attualizzazione di dolorose reminescenze. Esso costituisce una terribile condizione di vita perché rappresenta una sorta di “filtro nero” attraverso il quale, colui che disprezza, interpreta ogni evento. Ecco perché criticismo e giudizio sono i suoi inseparabili compagni, puntuali  ad intervenire con veemenza, facendo scaturire inspiegabili episodi dolorosi nei rapporti con gli altri.

Solitamente il disprezzo si manifesta nei confronti delle persone, rivolgendo loro  espressioni verbali o scritte, nelle quali prevalgono battute sarcastiche,scherno, derisione fino a trascendere nell’ insulto. A tale proposito,  va ricordato che il partner è in genere il  bersaglio “eletto” perché, lo sprezzante, si sente grande nel mortificare il valore altrui e sminuire il/la compagno/a è la sua abitudine prescelta. Inoltre, non di rado, interpreta negativamente anche un gesto gentile.

Posso infatti testimoniare le manifestazioni grette e volgari di cui la mia amica è stata vittima… Tra gli esperti consultati c’è chi definisce questo genere di rapporto “relazione abusiva” perché, in effetti, si attua un abuso; chi, in funzione della repentina alternanza tra perfidi abbandoni e dolcissimi momenti di ritorno, definisce quest’uomo condannato egli stesso  da una personalità borderline.  La psicologia riferisce che, in realtà, colui che disprezza è una persona priva di autostima, che nutre un profondo disprezzo per sé stessa.

Non sia quest’ultima affermazione l’alibi per vestire i panni della compassionevole “crocerossina”: queste persone hanno il potere di trascinare nell’orrore anche la partner più devota e determinata. Siano i Professionisti ad occuparsene!

Un abbraccio

Daniela Cavallini

alle persone che sopportano, anziché amare, la persona che hanno a fianco,

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