La "Sophia"

L’abbigliamento come presa di consapevolezza di Sé

La moda di consumo, le grandi industrie e il nostro reale bisogno

In questi giorni ho riflettuto molto sull’abbigliamento, sul consumo tessile e su come anche quest’ambito dovrebbe essere concepito con maggiore profondità e consapevolezza.

In molte città abbiamo la possibilità di donare i propri vestiti sperando che questi vadano realmente alle persone che più ne hanno bisogno.
Qualche giorno fa visitando uno dei cassonetti gialli che raccolgono indumenti e scarpe usate, ho trovato un paio di scarpe molto sciupate e rotte che personalmente non ho visto come un dono dal cuore.

Mi sono chiesta allora se oggi diamo valore all’energia che porta un dono o se lo vediamo come qualcosa di sporco e rotto dato che non differenziamo più i cassonetti gialli da una discarica.

Oggi si tende a voler essere sempre perfettamente puliti e profumati e questo comporta che anche i vestiti debbano essere nuovi e non usati. L’usato perlopiù comunica qualcosa di non pulito alla maggior parte delle persone.
Questo fa sì che il dono viene concepito come qualcosa di spregevole e di conseguenza che vengono donati anche vestiti e scarpe in condizioni spregevoli.

Ho pensato allora d’informarmi su cosa succede realmente ai vestiti nei cassonetti di raccolta di indumenti usati. Su internet ci sono le più svariate notizie di come la raccolta di indumenti usati, che dovrebbe essere gestita da enti comunali, le onlus e la parrocchia della chiesa,  possa invece finire nelle mani di organizzazioni illegali che prevedono la loro rivendita. In alcuni casi si sostiene anche che siano gli enti stessi a favorire la rivendita per ricavare un profitto.

Ho dunque approfondito ulteriormente la mia ricerca sulla fine che fanno questi vestiti.
In Germania, per esempio, i vestiti usati finiscono in una grande discarica che si occupa di riciclare gli indumenti rotti, di vendere quelli buoni ai negozi cosiddetti “second hand” e di venderli all’estero.
Proprio perché le persone donano sia indumenti in buono stato sia indumenti in stato disastroso, che spesso non sono neanche piegati, è necessario assumere ulteriore personale. Gli addetti al lavoro suddividono quindi gli indumenti in base al loro stato, oltre a differenziare in base alla qualità, alla marca e alla tipologia. Questo processo produce naturalmente dei costi non indifferenti, ma non solo, la quantità di vestiti da gestire (20 tonnellate al giorno in una sola città della Germania) comporta la necessità di manodopera.

Ciò che più mi ha colpito però è la rivendita dei vestiti agli Stati più bisognosi come Africa, Sud America e Asia,  ovvero il processo di “non dono” che viene favorito sia dalla popolazione che dagli enti che se ne occupano per ultimi.

Quando doniamo qualcosa di rotto o che per noi ha perso validità, chiediamo a livello energetico che essa acquisisca nuovamente un valore.
Nel nostro sistema un qualcosa acquisisce valore attraverso il denaro e dunque qualsiasi cosa doniamo in questo modo dovrà attraversare il procedimento economico attuale.

Ciò che voglio dire con questo è che se doniamo qualcosa a cui noi stessi non diamo più alcun valore chiediamo esattamente un’industria che invece di donare gratuitamente vende le nostre cose svalorizzate con la speranza che così possano rinascere.

Ovviamente non credo che sia questa l’unica causa di un’industria con un interesse economico così forte.

Oggi il consumismo estremo a livello tessile è dovuto in parte alla scarsa qualità che ci spinge a sostituire i vestiti in brevissimo tempo e in parte al fatto che non sappiamo nel profondo chi siamo realmente.

La moda di massa presenta dei pacchetti preconfezionati abbinando scarpe, pantaloni e maglia in modo da lasciare poco spazio alla creatività personale e a ciò che ognuno di noi desidera veramente. Se dunque non sappiamo chi siamo realmente e non conosciamo il nostro bisogno interiore rimaniamo facilmente abbagliati dal modello che ci viene presentato. Questo fa sì che ogni volta che si nota un modello nuovo in vetrina ci si identifica con il manichino e si entra a far parte di un flusso consumistico incontrollato.
Tutto ciò comporta armadi pieni di vestiti che non vengono veramente utilizzati, che non sono stati acquistati secondo il proprio bisogno interiore e che andranno ad unirsi insieme ad altre tonnellate di vestiti in discarica.

Possiamo lamentarci che le grandi industrie hanno in mano il potere e che i comuni non gestiscono correttamente i raccoglitori di vestiti usati; oppure possiamo comprendere che dobbiamo imparare a vestirci in base al nostro reale bisogno, comprendere chi siamo realmente e in quale vestito e qualità avvolgere la nostra essenza.

Sophia Molitor

Successivamente condividerò le mie ricerche sulla qualità dei tessuti e sui negozi che agiscono in maniera sostenibile.

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