Storia

La battaglia della Riccardina: un comodo pareggio in una guerra tra stati italiani

In uno scontro sanguinoso si conferma la nefasta divisione politica degli italiani

Più volte nella nostra rubrica di storia ci siamo occupati delle guerre rinascimentali, ossia i conflitti che insanguinavano l’Italia dello splendore di quell’epoca fatta di arte e cultura rimaste ineguagliate, dove le famiglie che dominavano la penisola con le loro signorie si combatterono aspramente. Particolarmente significativa in tal senso è la guerra che vide contrapposti praticamente tutti gli stati italiani e che sfoggiò nella battaglia della Riccardina, oggi frazione del comune di Budrio nel bolognese (detta anche battaglia della Molinella, sempre nei pressi di Bologna), del 1467. Vediamo il contesto politico nel quale quel conflitto ebbe e maturare.

La serenissima Repubblica di Venezia aveva delle mire egemoniche nel nord Italia, particolarmente a spese di Firenze e della storica rivale Milano, ed a tal fine aveva assoldato il grande condottiero Bartolomeo Colleoni, formatosi alla scuola d’arme di Attendolo Sforza e Braccio da Montone; al valente capitano di ventura si erano uniti dei fuoriusciti fiorentini cacciati da Cosimo de’ Medici, desiderosi di vendicarsi e di tornare in patria da vincitori. Alle forze del Colleoni si unirono quelle del duca di Ferrara Ercole I d’Este e dei signori di Romagna Ordelaffi e Manfredi, tutti desiderosi di alterare il precario equilibrio che aveva pacificato la penisola nei decenni precedenti. I Medici corsero al riparo denunciando le mire espansionistiche di Venezia, creando così allarme negli altri stati italiani i quali si coalizzarono dando vita alla Lega d’Italia, alla quale aderirono Galeazzo Maria Sforza duca di Milano, Ferdinando d’Aragona re di Napoli, Giovanni Bentivoglio signore di Bologna, il papa Paolo II, e Federico da Montefeltro duca di Urbino; quest’ultimo ebbe il comando delle forze della Lega, essendo anch’egli uomo d’arme cresciuto avendo come maestro il grande condottiero Francesco Sforza. Come si può notare, in campo vi era una galleria di illustrissimi personaggi dell’Italia rinascimentale, e da ciò si può dedurre il significato di quella guerra: non una contesa per accaparrarsi territori, ma la messa in discussione di un intero assetto politico e il complesso degli equilibri politici nella penisola.

Le forze in campo erano le seguenti: al comando del Colleoni vi erano in totale 14.000 tra fanti e cavalieri, mentre il duca di Urbino disponeva di 13.000 unità, sempre di fanti e cavalieri.

Attraversato il Po verso la metà di maggio, il Colleoni si accampò nelle campagne tra Molinella e Riccardina, mentre il duca d’Urbino si posizionò presso il torrente Idice; venuto a conoscenza della posizione del nemico, il Colleoni decise di attaccare e nella notte tra il 24 ed il 25 luglio del 1467 mosse contro le forze del duca di Urbino. Quest’ultimo, venuto a sapere che il suo avversario aveva levato le tende, si mosse per coglierlo di sorpresa. Dopo qualche scaramuccia tra le rispettive avanguardie, verso mezzogiorno del 25 luglio ebbe inizio la battaglia vera e propria, nei pressi della Riccardina.

La prima mossa fu del duca di Urbino, il quale mandò avanti le truppe napoletane e papaline ai due lati dello schieramento; la mossa mise in crisi il Colleoni, i cui uomini riuscirono con difficoltà a difendersi sfruttando il terreno paludoso. Superato lo sbandamento iniziale, le forze del Colleoni riuscirono a riprendersi e a contrattaccare grazie all’intervento della cavalleria di Ercole I d’este, tanto che ora la battaglia sembrava volgere a favore del Colleoni. A quel punto il duca d’Urbino getto nella mischia tutte le forze di cui disponeva, ed in tal modo si arrivò ad un grosso scontro campale come non se ne vedevano in Italia d a decenni. Il Colleoni usò per la prima volta delle artiglierie montate su affusti mobili (fino ad allora i pezzi venivano trasportati su carri e scaricati prima della battaglia rimanendo immobili nel corso dello scontro), e per la prima volta in Italia fecero la loro comparsa delle armi da fuoco individuali dette spingarde, usate dalle truppe del duca di Urbino: erano in pratica delle piccole bocche da fuoco portatili, una sorta di ibrido tra un pezzo di artiglieria ed un’arma portatile. Per la cronaca, Ercole I d’Este fu il primo nobile ad essere ferito da un’arma da fuoco portatile, rimanendo zoppo per tutta la vita. Lo scontro proseguì feroce per tutto il giorno e fin oltre l’imbrunire, tanto che si dovettero accendere delle torce per distinguere gli amici dai nemici.

Quella del 25 luglio del 1467 fu una grande e sanguinosa battaglia campale, combattuta con accanimento da 27.000 uomini agguerriti: rimasero sula campo 700 morti e più di 1000 cavalli. I feriti dalla parte di Colleoni furono inviati a Ferrara, mentre quelli della Lega Italica furono spediti poi a Bologna; molti morirono durante il tragitto. Ed in buona sostanza fu un pareggio, anche se volendo trovare uno sconfitto questi fu il Colleoni, il quale dovette rinunciare alle proprie mire sulla signoria di Milano. I due eserciti si ritirarono accampandosi nelle vicinanze del luogo dello scontro fortificandosi, ma nessuno prese più l’iniziativa: le perdite erano state ingenti per entrambe le parti e nessuna aveva più voglia di battersi. Gli eserciti delle due fazioni si consumarono tra le malattie che serpeggiavano nei rispettivi campi e la fame dovuta alle difficoltà negli approvvigionamenti, a tutto danno delle popolazioni dei villaggi della zona che dovettero subire le scorrerie di uomini d’arme affamati. Le ostilità cessarono del tutto e si giunse alla firma di un trattato di pace nel febbraio del 1468.

Alla fine quella guerra si concluse con un nulla di fatto che, alla fine, non deluse nessuno: Firenze non dovette cedere alle mire egemoniche di Venezia, la quale rimase comunque potenza di primissimo spicco nello scacchiere della penisola. Del resto, anche gli altri stati italiani che avevano preso parte al conflitto non desideravano la vittoria schiacciante di alcuno, nemmeno della città alleata. Alla fine, la pace che confermava la frammentarietà del territorio italiano faceva comodo a tutti, mentre nel resto d’Europa andavano rafforzandosi i grandi stati nazionali nati attorno alle rispettive monarchie; e gli italiani ne avrebbero presto subito le conseguenze.

Marco Ammendola

Nell’immagine, la statua equestre di Bartolomeo Colleoni a Venezia

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa

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