Storia

Braccio da Montone, il grande condottiero che stava creando un regno

La straordinaria vicenda di un valoroso capitano di ventura italiano

In più occasioni abbiamo dato spazio alla vita ed alle vicende dei capitani di ventura, i condottieri che furono protagonisti delle vicende belliche che determinarono i destini d’Italia durante il XV° secolo. Il gran numero di personaggi appartenenti a questa categoria trova giustificazione nella particolare conformazione politica dell’Italia di quel periodo, quando le vecchie istituzioni dei liberi comuni andarono scomparendo sul finire del ‘300 per lasciare posto alle signorie, le cui famiglie dominanti cercarono di allargare sempre di più i loro domini a scapito dei vicini, originando sia quel sistema territoriale frammentato (in controtendenza ai processi di accentramento sotto un’unica corona com’era avvenuto in Francia, Inghilterra e più tardi in Spagna), sia la condizione di perpetua instabilità e quindi di conflitto permanente. In questo scenario, le compagnie di ventura e i loro capitani trovarono terreno fertile e poterono giocare quel ruolo da protagonisti nelle vicende che determinarono l’assetto della penisola per i secoli successivi. Conosceremo ora un grande capitano, un condottiero che fu da tutti riconosciuto come uno dei più abili e valenti uomini d’arme dell’Italia del ‘400.

Andrea Fortebracci nacque a Perugia il 1° luglio del 1368 dai nobili Oddo Fortebracci, conte di Montone (poco distante da Perugia), e Giacoma Montemelini, la quale darà ad Andrea una solida educazione ed un’istruzione di livello. Già diciottenne si distinse per abilità con le armi quando fu assoldato da Antonio da Montefeltro (signore di Urbino e delle Marche) in lotta con i Malatesta (signori di Rimini e della Romagna). Di questo periodo è una ferita che lo renderà leggermente claudicante. Quando la fazione perugina cui la famiglia di Andrea apparteneva fu cacciata dalla città, con conseguente perdita di ogni avere da parte dei Fortebracci, Andrea assunse il nome di Braccio da Montone, che stava a significare la precisa intenzione da parte del futuro capitano di recuperare quanto perduto. Messosi al servizio del capitano di ventura Alberico da Barbiano nel 1393, Braccio apprese il mestiere delle armi; per la cronaca, nella stessa compagnia militava Muzio Attendolo Sforza (padre di Francesco Sforza, che diverrà poi primo duca di Milano dell’omonima casata), che di Braccio sarà poi uno dei più acerrimi rivali sul campo di battaglia. Fu poi al soldo di Firenze nel 1397, allora in lotta contro Milano,  per poi ritornare sotto le insegne di Alberico da Barbiano, distinguendosi per acume tattico durante la guerra contro Faenza nel 1404; come ricompensa, da Barbiano lo fece cavaliere e gli diede il comando di una compagnia di ben 150 cavalieri. Col tempo il reparto comandato da Braccio crebbe di numero fino a raggiungere le 800 unità (in gran parte fuoriusciti perugini come Braccio stesso), continuando le scorrerie in Romagna e avvicinandosi sempre di più alla sua Perugia, alla cui riconquista Braccio non smise mai di pensare.

Nel 1408 Braccio, quando era ad un passo dal riprendere Perugia, fu tradito e subì un’amara delusione per opera del re di Napoli Ladislao di Durazzo (della dinastia degli Angioini). Questi difatti intervenne nel centro Italia, area verso la quale aveva mire egemoniche, e per raggiungere tale scopo assoldò la compagnia di Braccio; ma quando a Perugia cominciarono a temere che questi stesse per puntare deciso verso la città, le autorità la consegnarono direttamente al re di Napoli, purché questi si impegnasse ad eliminare la compagnia di Braccio. Per tutto il 1409 il nostro capitano guidò la sua compagnia nella guerra contro l’esercito napoletano, conseguendo brillanti vittorie, e soprattutto accumulando un ricco bottino. E proprio la disponibilità di denaro gli permise di mette in piedi una forza di ben 12.000 uomini, in gran parte cavalieri che egli addestrò personalmente alle più moderne ed efficaci tattiche, creando una compagine salda, combattiva e devotissima al proprio capitano. Ora, con questa forza temibile ed agguerrita, poteva puntare decisamente a raggiungere il suo scopo, l’obiettivo cui mirava da anni, ossia la riconquista di Perugia; nella primavera del 1416, dopo aver conquistato tutte le fortificazioni a difesa della città umbra, Braccio vi arrivò a pochi chilometri di distanza. I perugini furono costretti pertanto a chiedere aiuto trovandolo in Carlo Malatesta, al quale fu offerta la signoria sulla città se fosse riuscito a liberarla dalla minaccia di Braccio e della sua armata. Fu così che il 12 luglio del 1416, presso Sant’Egidio, vi fu lo scontro nel quale Braccio da Montone dimostrò di essere uno dei più grandi capitani del suo tempo. Il Malatesta schierò il proprio esercito secondo la classica  formazione della mezzaluna col centro leggermente arretrato rispetto alle ali, mentre Braccio adottò una tattica del tutto nuova per l’epoca. Difatti, invece che far caricare a massa i suoi cavalieri, ordinò che piccole squadre puntassero contro settori ben specifici dello schieramento nemico dando vita a delle vere e proprie toccate e fuga, in modo da confondere il nemico e disorientarlo al punto di rendergli impossibile intuire dove si sarebbe sviluppato l’attacco principale. Dopo ore ed ore di lotta, continuamente punzecchiati dalle incursioni dei cavalieri di Braccio, molti soldati del Malatesta sfiniti e disidratati sotto il sole di luglio, cominciarono a cedere abbandonando i ranghi. A questo punto il nostro condottiero giudicò che il momento fosse propizio per ordinare una carica generale, con la quale l’esercito malatestiano fu letteralmente distrutto. Fu una vittoria schiacciante, al punto che Perugia si sottomise e Braccio fece il proprio trionfale ingresso in città il 19 luglio del 1416.

Ma il nostro era uomo d’arme, e l’aver preso finalmente la sua Perugia non lo appagò di certo; anzi, dopo aver messo alla guida della città degli uomini fidati, riprese l’opera di conquista prendendo ai Malatesta Pesaro, Ascoli, Fano e i territori limitrofi. Completata la conquista in quelle regioni, il nostro capitano volse i propri appetiti nientemeno che alla Città Eterna, dove però trovò ad aspettarlo un contingente inviato da Napoli, comandato dal suo vecchio amico e compagno d’arme Muzio Attendolo Sforza, al servizio del pontefice Martino V. Iniziò così una campagna che vide i due condottieri scontrarsi con vicende alterne, e che si concluse nel 1420 con il riconoscimento da parte del papa dell’autorità di Braccio sul vasto territorio che egli aveva conquistato con e dopo la presa di Perugia.

Ma anche questa volta Braccio non fu pago, per cui decise di attaccare l’Aquila, puntando quindi verso il sud Italia; e anche questa volta da Napoli inviarono l’esercito, ancora guidato da Muzio Attendolo Sforza, che morì durante la campagna annegando mentre cercava di attraversare a guado un corso d’acqua. Il comando dell’esercito passò quindi a suo figlio Francesco, il futuro duca di Milano. Il 2 giugno del 1424 vi fu lo scontro decisivo vicino Pescara, durante il quale Braccio dimostrò ancora sia le sua doti tattiche che il suo personale valore in battaglia; ma questa volta non fu sufficiente e dovette soccombere contro forze nemiche preponderanti, dato che all’esercito napoletano guidato dallo Sforza si era unito quello pontificio: a Napoli e Roma temevano che a suon di conquiste ed espansione territoriale, di li a breve si sarebbero trovati difronte ad un nuovo re nella persona di Braccio da Montone. Ma anche nella sconfitta il nostro personaggio non si smentì e, intuito che la disfatta era ormai inevitabile, si getto nella mischia combattendo valorosamente fino all’ultimo, venendo infine ferito e preso prigioniero. Tre giorni più tardi Braccio da Montone morì, secondo alcuni a causa delle ferite riportate, secondo altri rifiutando il cibo e lasciandosi quindi morire di fame.

Il corpo di Braccio fu sepolto fuori Roma in terra sconsacrata (questo in quanto il capitano era stato in precedenza scomunicato); anni dopo i suoi resti furono rinvenuti e tumulati a Perugia. Con la morte del condottiero, anche lo stato che egli aveva creato nel centro Italia, che comprendeva l’Umbria, le Marche,  l’Abruzzo e parte del Lazio, si dissolse.

Si concluse così la straordinaria vicenda terrena di uno dei più grandi uomini d’arme italiani del ‘400, un grande e valoroso capitano che, partendo da una piccola armata di pochi uomini, aveva creato con le sue conquiste sul campo uno stato che col tempo sarebbe potuto diventare un vero e proprio regno; forse il nucleo di una futura nazione italiana.

Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa

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