Storia

Termopili, agosto 480 a.C.: trecento eroici spartani diventano leggenda

La leggendaria resistenza dei soldati di re Leonida contro il nemico persiano

In questa rubrica abbiamo più volte dedicato spazio alle vicende belliche che videro contrapposti i popoli del modo ellenico e i loro acerrimi nemici persiani; ben due articoli sono stati dedicati alla battaglia di Maratona, ed ora vedremo un’altra famosissima battaglia che vide ancora battersi sul campo i nemici di sempre del mondo antico, ovvero greci e persiani nella mitica battaglia delle Termopili.

L’anno è il 480 a.C. e ancora una volta un re persiano era deciso a sottomettere le città stato greche: Dario I ci aveva provato nel 490 a.C. e fu sconfitto a Maratona, ed ora era intenzionato a riprovarci suo figlio Serse I.

Il re persiano stava progettando la spedizione punitiva contro la Grecia da molto tempo e la pianificò con estrema cura: oltre a mettere in piedi un poderoso esercito ed una grande flotta, si procurò degli alleati (anche tra alcune città stato greche), immagazzinò l’enorme quantità di viveri necessari alla spedizione, e fece addirittura costruire un ponte di barche lungo un chilometro e mezzo per attraversare l’Ellesponto (quello che oggi chiamiamo stretto dei Dardanelli), compiendo così un impresa ingegneristica per l’epoca inimmaginabile. Ora l’armata persiana era pronta a partire.

Serse arrivò in Grecia con un poderoso esercito di 300.000 soldati, scortati via mare da una enorme flotta di ben 1.000 navi da guerra, una forza mai vista prima. Di certo il mondo greco non poteva reggere il confronto numerico e per di più molte delle città stato non aderirono al fronte comune che si formò contro i persiani. A guidare questa coalizione vi erano le due città rivali Atene e Sparta, che per l’occasione misero da parte le antiche rivalità e diedero vita ad un’alleanza con altre poleis (le città stato, appunto), contro il colosso persiano. I greci decisero che avrebbero dato battaglia in uno stretto passo sito tra le montagne ed il mare, un angusto passaggio detto delle Termopili (che  sta per “porte calde”, nome dovuto alle sorgenti di acqua calda che si trovano in quella zona), con una forza alleata al comando del re spartano Leonida; l’ateniese Temistocle avrebbe comandato la flotta che si accingeva ad affrontare quella persiana al largo delle Termopili stesse.

Leonida aveva a disposizione solo una piccola aliquota dell’esercito spartano, ovvero i trecento uomini della sua guardia personale, più settemila soldati delle poleis alleate (quindi alle Termopili non vi erano solo i trecento spartani di Leonida, ma è tradizione identificare l’eroica resistenza greca in quella battaglia con i soli spartani); i persiani erano quindi quaranta volte superiori numericamente. Dalla parte dei greci vi era però la posizione stretta delle Termopili, che favoriva il difensore, e la loro superiore qualità in combattimento.

Riguardo il terreno dello scontro, abbiamo già visto come lo spazio angusto del passo che Leonida si accingeva a difendere predisponesse naturalmente ad una difesa efficace, soprattutto per un difensore in difetto di numero rispetto all’attaccante; da un lato del passo vi era il monte Kalidromo (1.500 metri di altezza, con pareti a strapiombo) e dall’altro il mare: il tutto a costituire uno passo che nel punto di minima estensione arrivava ad appena quindici metri. Insomma, le Termopili erano un collo di bottiglia in cui il numeroso esercito di Serse era impossibilitato a manovrare. I soldati di Leonida si posizionarono davanti al passo pronti a respingere gli assalti persiani: i greci formavano un muro di scudi fatto di soldati uniti spalla a spalla, spinti da un cameratismo che sfiorava la fratellanza, e una tattica di combattimento che non aveva eguali (si veda a tal proposito l’articolo sul combattimento nell’antica Grecia presente in questa rubrica).

I persiani diedero il via alla battaglia scagliando contro gli spartani una pioggia di frecce, che però non riuscirono a perforare gli scudi degli opliti greci; fu allora la volta della fanteria leggera persiana che si lanciò verso il muro degli opliti, contro il quale si infransero tutti gli assalti dell’esercito persiano, i cui soldati con i loro scudi di legno e di corda nulla potevano contro le armature e gli scudi di bronzo dei greci. I fanti persiani erano infatti armati alla leggera, ed erano addestrati ad una guerra fatta di rapide manovre e fulminei assalti contro formazioni deboli di soldati privi di corazza, per cui andarono a schiantarsi contro la compatta flange greca. E alla luce di quanto detto sulla conformazione del luogo dello scontro, è inutile sottolineare come in quel contesto tattico fosse impossibile per i persiani di far valere la loro rinomata e temuta cavalleria.

A questo punto, vista l’inutilità degli assalti della sua fanteria, Serse decise di prendere gli spartani alle spalle, per cui diede ordine alla sua flotta di aggirare l’area dello scontro, per sbarcare alle spalle dei greci e colpirli da tergo. Ma a fare buona guardia alle truppe di terra spartane vi erano le navi ateniesi: Temistocle, con una mossa audace e brillante, si lanciò con le sue duecento imbarcazioni contro le ottocento navi persiane, solo però quando queste entrarono in formazione nello stretto di Artemisio. Esattamente come stava accadendo nel combattimento a terra, l’angusto stretto imbottigliò le numerose navi persiane che, persa ogni possibilità di manovra dato il loro elevato numero, furono attaccate e sopraffatte da quelle ateniesi.

Ormai gli assalti persiani si susseguivano da ben due giorni, sempre fallendo contro il muro impenetrabile dei soldati di Leonida. Serse decise quindi di chiamare in causa gli Immortali. Erano questi un corpo sceltissimo di fanteria pesante di diecimila uomini; quando uno cadeva morto o ferito, veniva all’istante sostituito da un altro, per cui il numero era sempre di diecimila unità, ovvero sembrava che non morissero mai (da qui il nome). Ma per quanto armati e protetti più pesantemente della fanteria tradizionale persiana, anche questi fanti scelti non potevano reggere il confronto con gli opliti, ancora superiori in corazza, scudo e tattica di combattimento. Anche gli Immortali quindi furono respinti.

Ma la fortuna venne incontro a Serse. Il re persiano venne a sapere dell’esistenza di un passaggio attorno al monte Kalidromo, che permetteva di aggirare la posizione tenuta dai greci e di aggirarli per attaccarli alle spalle. La leggenda vuole poi che l’esistenza del passaggio fosse stata rivelata ai persiani da parte di un traditore greco di nome Efialte. A questo punto, vistosi aggirato e minacciato di attacco da tergo, Leonida ordinò la ritirata di quasi tutto il suo esercito. Quasi, perché ordinare la ritirata in blocco di tutta la formazione avrebbe permesso ai persiani di attaccare frontalmente l’esercito greco in ritirata, proprio nella direzione dalla quale erano partiti gli assalti infruttuosi dei due giorni precedenti; ma il re spartano non poteva neanche far rimanere fermo l’esercito in quella posizione con la grave minaccia dell’aggiramento. Decise quindi il ritiro della maggior parte delle sue forze, mentre una piccola aliquota sarebbe rimasta a presidiare il passo. Trecento spartani e un migliaio di alleati greci rimasero sul posto votati al sacrificio per permettere la ritirata dei loro compagni; e Leonida rimase alla loro testa.

L’atto finale della battaglia fu epico e degno dell’eroica tradizione militare della Grecia antica. Gli spartani e i

loro alleati avanzarono contro il nemico che gli piombò addosso con la sua superiorità numerica schiacciante; la falange si dissolse e greci caddero uno dopo l’altro, compreso l’eroico Leonida.

Serse aveva subito perdite pesantissime, lamentando ben 20.000 uomini caduti; ma dei trecento spartani non se ne salvò neanche uno, oltre agli altri numerosi greci che rimasero sul posto e morirono eroicamente nella strenua difesa fino all’ultimo atto della tragedia. Il re persiano aveva vinto, aveva liberato il passo delle Termopili ed ora nulla poteva fermarlo lungo la strada che lo avrebbe portato a raggiungere l’obiettivo che più gli stava a cuore: Atene.

Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa
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