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Il XXI secolo sarà il “secolo cinese”?

L'ascesa del Paese nell'economia internazionale nonostante il coronavirus

Nei giorni in cui la psicosi del “coronavirus” sta diffondendo una immagine non proprio positiva della Cina ci sembra opportuno ricordare il ruolo che questo grande Paese, per molti versi ancora non molto trasparente, ha nel contesto mondiale dell’economia e non solo.

Già Napoleone Bonaparte, nel lontano 1816, profetizzò: ” Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà”, e quel momento sembra essere alla fine arrivato se solo si prende in considerazione la dirompente crescita industriale di questi ultimi anni sempre al di sopra del 5% se non addirittura in doppia cifra che fa immaginare l’avvento di un “secolo cinese” dopo quello americano.

Con i suoi 1,5 miliardi di cittadini, con un mercato che è diventato il maggior produttore e consumatore di prodotti industriali ed agricoli superando anche gli Stati Uniti, con la disciplina ed il talento commerciale di un popolo che nemmeno il comunismo è riuscito a reprimere la Cina ha realizzato quel “grande balzo in avanti” che non era riusciti all’epoca di Mao Tse Tung e che le permette di sfidare la potenza degli U.S.A. tanto che lo stesso autorevole giornale americano “Wall Street Journal” autore di un sondaggio in cui si chiedeva quale fosse “il singolo fattore in grado di cambiare il mondo in cui viviamo” si è visto rispondere a grande maggioranza: la Cina.

Se soltanto 50 anni fa la storia passava per Washington, Londra, Mosca o Berlino oggi Pechino è entrata prepotentemente alla ribalta tanto da scatenare tensioni e paure, tentativi di ritorno al protezionismo o il ricorso a drastiche revisioni degli accordi non solo commerciali (vedi al riguardo la politica di Trump che si defila dai trattati per l’ambiente e la libera circolazione delle merci) proprio perché la Cina non è “entrata” nel sistema di economia globalizzata esistente ma lo ha “cambiato” sia per le sue dimensioni, sia per l’approccio aggressivo che ha adottato sui mercati internazionali.

Ma se oggi questo Paese è in grado di produrre ed esportare qualsiasi tipo di merce a prezzi inferiori anche del 50% a quelli correnti in occidente dobbiamo pensare che se per alcuni è una minaccia (vedi le piccole imprese europee), per altri, i consumatori, rappresenta un guadagno, tanto più se si pensa che circa il 60% di ciò che è “made in China” in realtà sono merci “nostre”, cioè fabbricate là da multinazionali europee o americane!

Certo, questo rapido sviluppo ha anche i suoi lati negativi: in primo luogo l’inquinamento atmosferico perché la locomotiva economica cinese va per lo più ancora a carbone con le conseguenze che ne derivano non solo nel Paese ma perfino in Europa dove giungono, portate dai venti transoceanici, le nubi tossiche di anidride carbonica con un impatto sulla salute della popolazione e sulle risorse naturali del pianeta. E’ questo, forse, il prezzo che dobbiamo pagare oggi per avere domani un futuro migliore?

Riccardo Bramante

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Riccardo Bramante

Laureato in Giurisprudenza, iscritto alla USPA (United States Press Agency), ha svolto attività con la RAI nel settore della postproduzione e marketing in diversi Paesi europei ed extraeuropei. Collabora con una multinazionale giapponese di produzioni televisive e cinematografiche svolgendo attività di Relazioni Pubbliche
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