Storia

Marzo 1848, le Cinque Giornate: Milano è abituata a vincere

La tenacia dei milanesi ha sempre prevalso su qualunque nemico, in ogni epoca

In questo periodo in cui Milano e la Lombardia tutta vengono messe a dura prova dall’epidemia di coronavirus, vogliamo ricordare uno dei tanti esempi in cui i milanesi si sono trovati a dover fare appello al senso di appartenenza ad una comunità per sconfiggere una grave minaccia, e per farlo approfitteremo della ricorrenza delle Cinque Giornate (18-22 marzo 1848). Vediamo quindi la cronaca di quei gloriosi avvenimenti.

Riguardo le vicende del Risorgimento, si è soliti dire che i protagonisti furono una ristretta cerchia di persone di ceto sociale medio-alto, mentre il popolo rimase sostanzialmente estraneo. A ben guardare però, almeno in alcune vicende dell’epopea risorgimentale, la popolazione è stata decisamente partecipe, spesso protagonista in prima linea (o meglio, dietro le barricate), prodigando sacrifici ed eroismi in episodi che meritano di essere ricordati: l’insurrezione di Palermo, la Repubblica Romana, la difesa di Venezia, e le Cinque Giornate di Milano.

Proprio le vicende milanesi di quei giorni gloriosi e indimenticabili, che vanno dal 18 al 22 marzo del 1848, meritano un ricordo particolare. Si, perché le Cinque Giornate furono un episodio vittorioso, dato che la popolazione di Milano riuscì a cacciare gli austriaci dalla città; e se gli imperiali tornarono, fu solamente perché purtroppo vi fu la sconfitta militare di Carlo Alberto e dell’esercito piemontese a Custoza. Ma i milanesi avevano vinto.

Prima della rivolta armata, a Milano c’erano stati scontri tra la popolazione e le forze austriache di presidio, come nel settembre del 1847, quando la folla riunita in piazza Fontana per festeggiare la nomina di un italiano a vescovo della città, fu caricata brutalmente dalla polizia causando un morto e molti feriti. All’inizio di gennaio del 1848 poi, dato che i milanesi avevano deciso per protesta di astenersi dal fumare, fatto questo che danneggiava gravemente l’Austria che dalle tasse sui tabacchi ricavava cospicui introiti fiscali, i soldati austriaci si aggiravano per le vie del centro cittadino fumando sigari in atteggiamento di aperta provocazione; ne nacquero tafferugli tra i militari e i milanesi, che presto degenerarono in scontri violenti: in pochi giorni vi furono tra la popolazione sei morti ed un’ottantina di feriti.

La mattina del 18 marzo una folla riunita davanti al Broletto, allora sede del municipio, partì verso il palazzo del governo e raggiuntolo vi irruppe costringendo il vicegovernatore O’Donnel a concedere che si armasse la guardia civica. Ma il maresciallo Radetzky non riconobbe tale concessione e ordinò alle truppe di disperdere a fucilate i rivoltosi. Fu la scintilla: immediatamente la gente scese per le strade e sorsero barricate nelle vie del centro; per tutta risposta Radetzky intimò alla popolazione di disfarle e deporre le armi, pena il bombardamento della città. Ma l’ammonimento non sortì alcun effetto e il vecchio maresciallo ordinò allora alle truppe di intervenire massicciamente. La guarnigione austriaca di Milano era consistente: 14.000 uomini, 900 cavalli e 30 cannoni; i milanesi risposero con pochi fucili, circa 600, e gettando sassi e tegole dai tetti.

La Milano di allora era molto diversa da quella che conosciamo oggi. La popolazione contava 160.000 abitanti, e il nucleo centrale della città era costituito da un dedalo di viuzze, spazi angusti in cui l’artiglieria e la cavalleria austriache non riuscivano a manovrare, e che per questo ben si prestavano alla difesa delle barricate. Fu usato di tutto per erigerle: mobili, carrozze, botti, letti, persino un pianoforte; e poi le panche delle chiese, i banchi delle scuole, i lastroni dei marciapiedi. Tutte le case del centro erano aperte, offrendo cibo per i combattenti e riparo per i feriti. Regnava la concordia tra la gente; tutti si impegnavano e prodigavano nel massimo sforzo per cacciare l’occupante austriaco. E i risultati furono ottimi: il giorno 19 buona parte del centro era sotto il controllo dei milanesi.

Il 20 gli austriaci erano oramai stati sloggiati da tutto il centro città: sulla più alta guglia del Duomo sventolava la bandiera tricolore.

Intanto la guarnigione austriaca si era ritirata verso la periferia, a corto di munizioni e in attesa dei rinforzi da Monza, Bergamo e Lodi, che tardavano ad arrivare. Radetzky offrì ai milanesi, la cui guida era stata assunta da Carlo Cattaneo, dal sindaco Gabrio Casati e da altre personalità di spicco della città, un armistizio che venne però rifiutato: il tempo giocava a favore degli austriaci e, intanto, si sperava nell’intervento dell’esercito piemontese.

Il 21 la lotta si era ormai spostata verso le porte della città, nel tentativo di conquistarle per congiungersi con gli insorti della campagna. Ma la conquista di una porta era cosa ben più ardua che la lotta tra le vie del centro: le strade qui erano larghe e rettilinee, ottimi campo di tiro per l’artiglieria nemica.

Il 22 fallirono gli assalti a Porta Comasina, Porta Romana e Porta Ticinese; si decise allora di concentrare gli sforzi contro Porta Tosa. Furono costruite delle barricate mobili, legando con delle corde fascine di legna fino a tre metri di diametro, spingendole in modo da avanzare al riparo. L’attacco, condotto con decisione ed eroismo dalla colonna guidata da Luciano Manara, fu un successo: gli austriaci si ritirarono dall’ultimo bastione sotto il loro controllo ed evacuarono la città. Da allora Porta Tosa divenne Porta Vittoria.

La libertà fu pagata dai milanesi a caro prezzo. I morti furono molti e la loro estrazione sociale è una riprova della partecipazione popolare a questo glorioso episodio del nostro Risorgimento: rimasero sul terreno 335 milanesi, tra i quali 160 artigiani e operai, 25 domestici, 14 contadini, e 29 commercianti. Le donne cadute per la causa furono 38: quasi tutte operaie.

Nella storia di Milano vi sono molti episodi in cui la volontà dei milanesi è stata messa a dura prova, ma alla fine la tenacia degli abitanti della gloriosa città lombarda ha sempre prevalso: ci ha provato il Barbarossa e gli è andata male, non ci è riuscita la peste del ‘600, alle Cinque Giornate gli austriaci le hanno prese di santa ragione, e nemmeno le bombe degli alleati durante la Seconda Guerra mondiale hanno fiaccato la ferrea volontà di resistenza dei milanesi. E’ bene dunque il signor coronavirus si metta l’animo in pace, perché Milano non si piega e non si spezza!

Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa
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