Economia

Alla scoperta del Pandemic Bond: quando la Finanza “scommette” sul virus

Un sistema inventato nel 2017 per poter accedere a capitali pronti in caso di pandemie a livello mondiale

Sul tema Coronavirus ormai non passa minuto senza che arrivino notizie, filmati fai da te, fake news. Quello di cui però non si sente nulla o quasi, al telegiornale come altrove, riguarda un argomento piuttosto interessante, ancorché difficile da far comprendere alla maggior parte delle persone. Si tratta delle obbligazioni sulle pandemie, definite in inglese “come pandemic bond“. Andiamo a vedere a cosa ci si riferisce con tale espressione.

In buona sostanza, consistono in un sistema inventato nel 2017 per poter accedere a capitali pronti in caso di pandemie a livello mondiale, così come avvenuto per il virus Ebola due anni fa. Eppure, se l’obiettivo si può definire lodevole, la sua applicazione risulta poco convincente, numeri alla mano.

Innanzitutto, dei 320 milioni di dollari raccolti (oltre ad altri 100 in derivati) ai Paesi colpiti da Ebola prima, e da Coronavirus in questi mesi, sono arrivate cifre abbastanza lontane dalla reale richiesta. E questo anche se la Banca Mondiale, o meglio l’organismo al suo interno che si occupa in maniera specifica dell’aspetto finanziario, paga ogni anno agli investitori interessi compresi tra il 7 ed il 12%.

Ma il cattivo funzionamento di questo sistema dipende anche dalla suddivisione all’interno degli stessi bond, perché ci sono quelli di serie A, meno rischiosi, e quelli di serie B, basati prevalentemente sulla speculazione e quindi più pericolosi e con clausole molto stringenti, legate, per dirne una, al numero dei morti. Il che significa che bisogna averne un certo numero, almeno 2500 per Paese, in modo che l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – possa dichiarare la pandemia entro 84 giorni dal riconoscimento del primo caso.

Per quanto riguarda i rimborsi dei bond ci sono inoltre altre clausole legate al tipo di virus, al numero dei contagiati, al numero dei Paesi coinvolti, ed ancora alla distribuzione delle vittime nei vari Paesi. Fino ad ora sia le banche che i loro gestori hanno incassato tutti i proventi senza intaccare minimamente il capitale.

Rispetto ai tempi di Ebola c’è da dire che con il Coronavirus la crescita esponenziale di contagi e vittime sta pian piano andando a collimare con tutte le clausole messe nero su bianco, pertanto il taglio del rimborso dei bond si starebbe avvicinando, anche perché i due bond emessi nel 2017 sono in scadenza il 20 luglio di quest’anno.

Oltretutto, il 23 marzo saranno passati gli 84 giorni dalla scoperta dei primi casi, altra clausola particolare di questa convenzione, e da quella data in poi l’ente che certifica il numero delle vittime e della loro distribuzione potrebbe decidere il raggiungimento delle condizioni di cui sopra, optando per il taglio dei rimborsi. Con grande scorno da parte delle banche, della stessa Banca Mondiale, delle Borse Mondiali nonché dei gestori degli stessi bond, ufficialmente trattati presso la Borsa del Lussemburgo.

In pratica, se si andasse a dichiarare la pandemia oltre la metà di aprile, la Banca Mondiale dovrebbe restituire i 320 milioni agli investitori, che nel frattempo hanno incassato fior di interessi, e questo rappresenterebbe un’ulteriore mazzata a livello economico.

Donatella Swift

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Redazione La Voce

Quotidiano d'informazione e cultura nazionale ed internazionale, fondato nel 2014
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