Storia

Cento anni fa la terribile “influenza spagnola”: seconda solo alla peste del ‘300

Negli anni della Grande Guerra l'umanità flagellata da un'influenza senza precedenti

Il 2018 è un anno in cui cadono diversi anniversari legati al centenario della Grande Guerra, alla quale abbiamo dedicati ampio spazio; ma quest’anno cadono anche i cento anni di un altro evento epocale per la storia recente dell’umanità, ossia la terribile epidemia di influenza del 1918, passata alla storia col nome di “influenza spagnola”.

Intanto il perché del nome. Da subito si sarebbe portati a pensare che l’attributo di “spagnola” sia stato dovuto all’origine geografica della pandemia (termine che sta per epidemia diffusa su più continenti), ma non è così. Questa attribuzione fu dovuta al fatto che nei pesi d’Europa belligeranti vigeva una strettissima censura sull’informazione, e i governi non volevano allarmare con una così terribile notizia le popolazioni già provate dai tanti anni della terribile guerra ancora in corso; dato che la Spagna non prese parte al conflitto, i giornali spagnoli diffusero la notizia dando l’impressione che la pandemia fosse partita da quel paese.

Riguardo l’origine, le ricerche hanno portato a dati discordanti: secondo alcuni la malattia avrebbe avuto origine negli Stati Uniti e da li è stata portata in Europa dalle truppe sbarcate nel Vecchio Continente per la guerra contro la Germania; secondo altri l’origine fu in Francia, sempre in ambito militare, dove ovviamente il sovraffollamento degli ambienti pieni di soldati favoriva il diffondersi del virus; altri avvalorano l’ipotesi dell’origine asiatica, ed altri ancora l’origine austriaca.

La mortalità fu elevatissima, senz’altro aggravata dal fatto che le popolazioni coinvolte fossero debilitate dai disagi del conflitto incorso; la guerra poi comportava anche lo spostamento della gran massa di combattenti attraverso i vari pesi e da un continente all’altro, con il conseguente aumento di probabilità di contagio. Si calcola che circa un terzo dell’intera popolazione mondiale sia stato infettato, e che circa 50 milioni di persone siano decedute per la malattia.

I numeri relativi a questa terribile epidemia sono davvero impressionanti. Negli Stati Uniti morirono 600.000 persone, 400.000 in Francia e 250.000 in Gran Bretagna, 390.000 decessi furono registrati in Giappone, 17 milioni i India, 1,5 milioni in Indonesia e 2 milioni in Iran. Particolarmente colpiti furono i giovani adulti, probabilmente perché la morte dei soggetti colpiti era dovuta alla produzione da parte del sistema immunitario di particolari sostanze dette citochine, normalmente coinvolte nelle risposte alle infezioni; se le citochine vengono però prodotte in maniera abnorme, causano effetti potenzialmente fatali, ed essendo il sistema immunitario dei giovani più attivo che negli anziani, questo spiega la maggior mortalità tra i soggetti giovani. Molto alta fu anche la mortalità tra le donne incinte, con picchi del 71%; il 26 % delle sopravvissute perse il bambino. Sembra poi che alcune morti avvennero perché spesso venivano prescritte ai pazienti dosi eccessive di aspirina, allora farmaco di nuova invenzione, favorendo quindi le emorragie di polmoni, bocca, orecchie e naso, dato che l’aspirina ha un effetto anticoagulante. Va poi specificato come una buona parte dei decessi sia avvenuta per le complicanze della malattia, soprattutto riguardo l’instaurasi di gravi polmoniti batteriche negli organismi debilitati dal virus influenzale (ovviamente allora non esistevano antibiotici). Non mancarono poi le più fantasiose tesi complottiste, dall’arma biologica sfuggita di mano agli alleati, al contagio volutamente orchestrato dai tedeschi.

Nello specifico dell’Italia, furono contagiate 4 milioni e mezzo di persone, ossia il 12% della popolazione italiana dell’epoca, con più di mezzo milione di morti.

Il legame con la Grande Guerra è poi dovuto non solo all’intuibile fattore legato alla debilitazione delle popolazioni colpite dai disagi (soprattutto in termini di malnutrizione). Va anche considerato che generalmente i ceppi virali che originano versioni più severe della malattia hanno una minore diffusione, dato che le persone colpite tendono naturalmente a rimanere isolate, proprio a causa della severità dei sintomi e quindi delle condizioni generali di salute che le portano a rimanere chiuse in casa; viceversa, i soggetti colpiti dai virus più miti continuano a comportarsi normalmente avendo sintomi più blandi, ovvero si spostano nei vari ambienti che frequentano solitamente (luoghi di lavoro, negozi, mezzi pubblici, ecc.) e quindi i ceppi virali meno pericolosi si diffondono maggiormente. Durante la guerra però, la malattia si diffuse nelle trincee, dove milioni di soldati vivevano assiepati, ed il provvedimento più ovvio da parte delle autorità sanitarie militari era quello di spedire i soldati colpiti dall’infezione nelle retrovie, ovvero dove venivano a contatto con la popolazione civile; in questo modo veniva a mancare il meccanismo autoselettivo che favoriva la diffusione dei ceppi meni virulenti e di conseguenza i virus più letali avevano facile diffusione.

L’epidemia ebbe termine alla fine del 1918 nel mese di novembre, in base ad un meccanismo selettivo per cui con la morte dei soggetti colpiti, anche il virus in essi contenuto tende a scomparire.

La pandemia di influenza spagnola fu un vero flagello, secondo solo alla terribile epidemia di peste del ‘300; ma fu anche l’inizio del concetto di assistenza sanitaria globale, che ha portato l’umanità ad ottenere grandi risultati nella lotta contro le malattie infettive come l’aver debellato con la vaccinazione di massa su scala mondiale il vaiolo, e che si pera possa portare ad eliminare per sempre malattie come la poliomielite e molte altre per le quali disponiamo di vaccini efficaci.

Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa
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