Calcio Serie A

Calcio: se ne va Ezio Vendrame

Genio senza ipocrisia di un calcio "minore"

Per avere un’idea, anche solo parziale, di chi fosse Ezio Vendrame, basterebbe sedersi ad un tavolo con un qualunque tifoso del Vicenza o del Padova che abbia più o meno settant’anni e lasciare che, tra un bicchiere di vino e l’altro, la nostalgia sgorghi spontanea dai suoi racconti.

Dagli almanacchi infatti emergerebbe soltanto la parabola di un talento incompiuto, capace di entusiasmare unicamente le platee di provincia, più per le sue bizze fuori dal campo che per le gesta dispensate all‘interno del rettangolo verde; che comunque, durante la carriera, non sono mancate. Il leitmotiv della sua biografia calcistica infatti non potrebbe che intonare “se solo avesse avuto la testa”, magari mentre lo stesso genio che fu della Lanerossi improvvisa quattro accordi alla chitarra, che peraltro suonava superbamente; eppure, ad Ezio Vendrame la testa di certo non mancava. Semplicemente, non volle metterla a disposizione di un “sistema” (all’epoca inquinato dal doping e dalle scommesse) che osteggiò senza mezzi termini.

Friulano di Casarsa (come Pasolini), finì presto in orfanotrofio; già da bambino forse risultò troppo impegnativo per i genitori, se non addirittura indesiderato. L’esperienza lo segnò, ma durante l’adolescenza il calcio arrivò a salvarlo. Dopo le giovanili a Udine, iniziò come professionista alla SPAL, dove però non giocò mai, professionalmente “distratto” dalla sua sfrenata passione per le donne. Motivo per cui finì in prestito prima alla Torres e poi al Siena. Dopo una parentesi a Rovereto, per tre stagioni dispensò lampi di talento alla Lanerossi; il che gli valse la chiamata del Napoli allenato da Vinicio, ma quella che chiunque altro avrebbe considerato una grande occasione, per lui divenne una serie infinita di restrizioni, motivo per cui in azzurro finì per disputare soltanto tre partite. Gli ultimi anni di carriera lo condussero a far sognare i tifosi del Padova, prima di vivere il proprio tramonto calcistico tra i dilettanti del Veneto e del Friuli.

Successivamente, allenò a lungo i giovani, collezionando anche in quella fase della carriera una ricca aneddotica che impedisce oggi di banalizzarne la figura complessiva; giusto per richiamare un episodio, non mancò di dichiarare il proprio entusiasmo nell’allenare i giovani, sottolineando però che avrebbe preferito avere a che fare con degli orfani, ponendo l’accento sulle eccessive ingerenze dei genitori e sulle troppe aspettative che questi riponevano nei figli, privandoli, nella sostanza, del divertimento.

Sì, perché il divertimento resta l’elemento più pregnante dell’intera esistenza di Ezio Vendrame, scomparso ieri a Treviso all’età di 72 anni dopo aver lottato a lungo con un tumore. La costante ricerca della leggerezza traspare ripetutamente dalle opere di cui si rese autore negli ultimi anni di vita, diventando uno scrittore più che rispettato; dai suoi libri, in cui il tratto autobiografico si miscela con acute riflessioni sui mali del calcio, è possibile ricavare molti anelli mancanti per compiere una valutazione più fedele circa l’approccio che egli ebbe con il suo sport.

L’elenco delle bizzarrie che ne costellarono la carriera non si contano; ma resta un amore incontaminato per il pallone, a suo dire stuprato dagli schemi e dalle tattiche, e rovinato dagli scandali del “Totonero”. Celebre, a questo proposito, è l’episodio in cui, ai tempi del Padova, inizialmente si lasciò ingolosire da sette milioni delle vecchie lire per non impegnarsi più di tanto contro l’Udinese, per poi pentirsene e realizzare due gol (uno dei quali direttamente da calcio d’angolo) che valsero il successo dei patavini; il premio partita era di 44.000 lire.

Scompare così un personaggio che mai troverà spazio nell’Olimpo nazionale del pallone; come altre figure stravaganti del calcio italiano che fu (si pensi a Gianfranco Zigoni, amico strettissimo di Vendrame, che una volta, in polemica con l’allenatore Valcareggi, si sedette in panchina con un cappotto di pelliccia, un cappello da cowboy e una pistola alla cintola) le sue gesta resteranno confinate nella memoria di un pubblico ristretto. Che però, attorno a un tavolo e con un bicchiere di vino, al pensiero di Ezio Vendrame, non potrà che tratteggiare il ricordo di una indimenticata leggenda cittadina.

Gigi Bria

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Gigi Bria

Le cose migliori arrivano per caso. Per caso, ormai dieci anni fa, iniziai ad insegnare diritto ed economia politica in una scuola superiore di Milano. Sempre per caso, qualche anno fa, mi fu proposto di scrivere. Ho visto "La Voce" quando era ancora un embrione; ora è il giovane figlio di cui mi prendo cura ogni giorno parlando di sport e dirigendone la relativa redazione. Seguo il mondo del calcio, confidando di riuscire a non far mai trasparire la mia pur blanda fede calcistica.
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