Scienza

Plasmaterapia: la cura sperimentale per il Covid-19, funziona? L’efficacia della terapia fa discutere

Polemiche ma anche grandi speranze in attesa dei risultati delle sperimentazioni in corso in Italia

La tanto attesa fase due è iniziata! Piano piano iniziamo a tornare ad una parvenza di normalità (parvenza ovviamente, perché la fase due – lo ricordiamo – non è un “liberi tutti!” o un fuggi fuggi generale) ma il Covid-19 non è ancora stato debellato. I contagiati sono ancora molti e soprattutto, non esiste ancora una cura ufficializzata come tale. Non c’è ancora un vaccino che ci permetta di poter tornare a vivere sereni e tranquilli come prima dell’emergenza. Non è ancora così, ma le sperimentazioni e i numerosi team di ricercatori e scienziati si sono attivati già da tempo per trovare un’opzione terapeutica “ponte”, che ci aiuti a contenere e a far regredire il virus che ha causato oltre 30.000 decessi nel nostro paese.

La terapia a base di plasma dei guariti per il trattamento dell’infezione Covid-19 è solo l’ultima ed accende grandi speranze in attesa dei risultati delle sperimentazioni in corso anche in Italia. Specie perché risulta essere una tecnica già utilizzata in passato per la Sars del 2002 e la Mers del 2012, riportando grandi successi. Come ricorda il Ministero della Salute “non è ancora un trattamento consolidato, perché non sono ancora disponibili evidenze scientifiche robuste”; tuttavia si sta già pensando alla messa a punto di un possibile farmaco basato sul plasma e prodotto su scala industriale.

Brevemente: cos’è il plasma, come funziona e dove viene impiegato attualmente?

Il plasma rappresenta la componente liquida del sangue, grazie alla quale il sangue può circolare. Il plasma è costituito prevalentemente da acqua (oltre il 90%), nella quale sono disciolte e veicolate molte sostanze quali proteine, zuccheri, grassi, sali minerali, ormoni, vitamine, anticorpi e fattori della coagulazione. Ecco perché la donazione del plasma assume molta importanza, ma non solo. Nel caso dei pazienti che hanno contratto il Covid-19 e hanno sconfitto la malattia, il sangue è anche ricco di anticorpi che si sono formati proprio dopo la guarigione dal virus, i cosiddetti anticorpi “neutralizzanti”.

L’operazione di prelievo è chiamata plasmaferesi e il processo è relativamente “semplice”: il sangue viene raccolto con un prelievo venoso (circa 600 ml la quantità prelevata); un macchinario separa poi – per centrifugazione – il plasma dalla parte cellulare del sangue; il plasma viene raccolto per essere lavorato oppure utilizzato e, infine, la parte cellulare viene reimmessa nel circolo del donatore.

Ovviamente, prima di effettuare il prelievo, bisogna accertarsi che il donatore abbia effettivamente superato la malattia e che soddisfi tutti i requisiti di eleggibilità. Per questo vengono sottoposti ad una serie di controlli rigidissimi e solo dopo una serie di test di laboratorio per quantizzare i livelli di anticorpi “neutralizzanti” presenti nel plasma prelevato e aver individuato i riceventi compatibili, si passa alla plasmaterapia: il plasma viene somministrato in tutta sicurezza ai pazienti affetti da Covid-19 come mezzo per trasferire questi anticorpi anti-SARS-Cov-2 (sviluppati dai pazienti guariti), a quelli con infezione in atto. Ogni paziente viene sottoposto ad un massimo di 3 trasfusioni in 5 giorni di circa 250/300 ml di plasma.

Una delle componenti del plasma, le immunoglobuline (ossia le sostante che il sistema immunitario produce quando si trova a fronteggiare un agente nocivo, come il Coronavirus), ‘aiutano’ il paziente a combattere l’agente patogeno (ad esempio un virus) andandosi a legare ad esso e “neutralizzandolo”. Inoltre, sono specifiche per ogni tipo di virus, quindi chi è stato malato di Covid-19 ha sviluppato specifiche immunoglobuline proprio contro il Coronavirus. Per questo, si pensa che il meccanismo d’azione che si sviluppa con la trasfusione di plasma possa essere efficace nei confronti del SARS-COV-2, favorendo il miglioramento delle condizioni cliniche e la guarigione dei pazienti.

Attualmente si sperimenta la plasmaterapia per guarire i pazienti Covid, in diversi ospedali d’Italia tra cui lo Spallanzani, ma in effetti gli ospedali di Pavia e Mantova in Italia sono stati i primi: al Policlinico di Pavia su 52 pazienti, mentre al Carlo Poma di Mantova, questa tecnica è stata sperimentata su 25 pazienti, tra questi anche una giovane donna incinta che è riuscita a guarire. Oltre a questi ospedali, nuove sperimentazioni con il plasma verranno avviate anche all’ospedale di Pisa, presso l’Azienda sanitaria del Trentino e all’ospedale di Crema. In generale, non c’è stato alcun decesso, tutti i pazienti sembrano sulla strada della guarigione e i risultati sono incoraggianti.

Ovviamente questa cura ha destato non poche polemiche. Una su tutte: i costi. Però, per chi si è permesso di sollevare questo aspetto, il direttore del centro trasfusionale del Carlo Poma di Mantova Massimo Franchini ha spiegato: “I costi sono contenuti. Il plasma viene infatti donato gratuitamente. Il costo per la cessione ad altri ospedali è abbastanza basso, attorno ai 172 euro. Considerando che da ogni sacca si ricavano due dosi da infondere nei pazienti, ogni trattamento ha un costo di 86 euro”.

Forse, un vero “problema” potrebbe risiedere nei donatori: affinché ci sia a disposizione un buon quantitativo di plasma iperimmune, infatti, occorre un numero elevato di donatori. Purtroppo non tutti i convalescenti hanno un numero di anticorpi sufficiente. E con il plasma donato da una persona guarita possono essere curate al massimo altri due pazienti. Per questo motivo il primario di immunoematologia del San Matteo di Pavia, Cesare Perotti, ha invitato tutti gli ospedali a “raccogliere più sacche possibile e congelarle, in vista di un possibile ritorno del virus a ottobre”.

Sulla questione è intervenuto anche Pierpaolo Sileri, Viceministro alla Salute, che ha spiegato come “l’orientamento del Ministero sull’utilizzo del plasma è andare avanti ma sempre sulla base delle evidenze scientifiche, e a breve sono attesi primi risultati dalle sperimentazioni. Bisognerà investire su questa ricerca ed il Centro nazionale sangue Cns è già attivato”.

Infine, secondo Giuseppe De Donno – primario del reparto di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova – “il plasma, in questo momento, è l’unico farmaco specifico contro Covid-19”. De Donno oramai lo conosciamo tutti: paladino della cura al plasma iperimmune per battere il virus, considerato un po’ idolo delle masse, guerriero del popolo, sponsor e promotore della cura, si è battuto e ha speso tante parole per fare informazione e “difendere” questa terapia ma è stato anche tanto criticato, oltre che strumentalizzato dalla politica.

Adesso, dopo giorni di silenzio sui social, si è visto costretto a fare un passo indietro. In un video recentemente pubblicato ha voluto spiegare il perché della sua scelta: “Nei giorni scorsi la pressione mediatica e popolare sul mio operato è stata tale da non permettermi di operare serenamente, soprattutto nell’ambito della sperimentazione del protocollo implementato insieme ai colleghi del San Matteo di Pavia. Se ho parlato – ha precisato De Donno – l’ho fatto semplicemente per fare informazione e vedo però che questa è stata recepita da alcuni come mezzo per azzuffarsi con chi la pensa diversamente”.

Poi ha continuato spiegando: “I miei interventi sui mass media sono stati animati dal solo spirito divulgativo e da un auspicabile sereno e professionale confronto con i colleghi su un protocollo che, oggettivamente, ottiene risultati lusinghieri, incoraggianti, ancorché oggetto di ulteriori approfondimenti scientifici”. E infine: “Non sono disponibile in questo momento a risse televisive, a zuffe mediatiche, con questo o quel collega, atteso che essendo tutti noi medici lavoriamo per una causa unica che è la lotta al Coronavirus, a questo terribile virus che ha determinato questa maledetta pandemia che ha causato molti morti nel nostro Paese, molti morti nel mondo. Gli occhi di questi morti non me li dimenticherò mai. E, a differenza di come può pensare qualcuno, non utilizzo mai i morti per farmi pubblicità, questa è una speculazione che non accetterò mai”.

De Donno ha ringraziato tutti i suoi sostenitori che in queste giornate durissime gli sono stati accanto e gli hanno dato forza e coraggio. Ma questo passo indietro del primario, sempre così combattivo e deciso, fa riflettere molto: avrà pensato di aver esagerato ed essere stato forse troppo esuberante nel voler raccontare e difendere questa sperimentazione oppure… qualcuno più in alto di lui ha voluto mettergli un bavaglio e farlo tacere, costringendolo ad un profilo più basso e discreto?

Beatrice Spreafico

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Beatrice Spreafico

"Leggere, scrivere, chiacchierare, ascoltare, ridere, amare.. queste sono le costanti della mia vita senza le quali non potrei essere io. Amo emozionarmi e sorprendermi, cercando di lasciare un bel ricordo di me nelle persone che incontro. Credo nell’empatia e nel potere della determinazione: la mia testardaggine incallita è rinomata e - guarda caso - il mio motto è “mai arrendersi. Le cose belle richiedono tempo”. Porto gli occhiali, che sono la mia estensione sul mondo e vivo tra ricci e capricci. Sono Social Media Manger In Wellnet, dove mi occupo di Social e sviluppo Piani Strategici ed Operativi per i clienti, su differenti piattaforme. In poche parole? Trasformo le loro richieste in parole ed immagini da ricordare. A LaVoce, invece, mi occupo della prima pagina scrivendo di politica, economia, attualità e scienza."

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