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COVID, CONTE ALLA CAMERA: “STATO DI EMERGENZA NON E’ ATTO LIBERTICIDA”

Il testo completo ed il video dell'intervento del premier a Montecitorio

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha tenuto ieri alla Camera, le comunicazioni sulle ulteriori iniziative in relazione all’emergenza epidemiologica da Covid-19.

Ecco il testo integrale dell’intervento del premier a Montecitorio.

“Gentile Presidente, gentili Deputate, gentili Deputati,

riferisco oggi qui alla Camera in vista dell’imminente scadenza dello stato di emergenza che, in conseguenza del rischio sanitario connesso alla diffusione dell’epidemia da COVID-19, fu deliberato in Consiglio dei Ministri – ricorderete – il 31 gennaio di quest’anno e che quindi essendo previsto per la durata di sei mesi verrebbe a scadere alla fine di questo mese. Pur in assenza di un vincolo normativo, ritengo ovviamente doveroso condividere con il Parlamento questa decisione. Ieri mattina, com’è noto, si è tenuto un Consiglio dei Ministri, nel corso del quale abbiamo esaminato il tema dell’eventuale proroga dello stato di emergenza, valutando, in tutti i dettagli, le relative implicazioni.

Ricordo che la dichiarazione dello stato di emergenza – e questa cosa purtroppo, anche dal dibattito di ieri c’è stato al Senato, da una parte almeno degli interventi sembra ancora sfuggire – è prevista dal Codice di protezione civile, una fonte di rango primario e di carattere generale, peraltro la cui legittimità è stata positivamente vagliata dalla Corte costituzionale. La dichiarazione dello stato di emergenza, come da previsione del Codice di protezione civile, costituisce il presupposto per l’attivazione di una serie di poteri e di facoltà, necessari per affrontare – con efficacia e tempestività – le situazioni emergenziali in atto. E in particolare per far intervenire il sistema della Protezione civile.

Tra questi poteri, infatti, quello certamente più intenso è il potere di ordinanza, che è uno strumento fondamentale di cui dispone, come sapete, la Protezione civile proprio per realizzare interventi che, in assenza di quella specifica precondizione, non potrebbero essere attuati, quantomeno non attuati con analoga speditezza.

Quel potere, infatti, consente di emanare norme in deroga a ogni disposizione vigente, nei limiti ovviamente e con le modalità indicati nella deliberazione dello stato di emergenza e nel rispetto sempre e comunque dei principi generali dell’ordinamento giuridico e delle norme dell’Unione europea.

La decisione che l’Esecutivo intende assumere, quindi, trova la sua fonte di legittimazione nell’articolo 24 del decreto legislativo n. 1 del 2018 – appunto Codice della protezione civile – che consente, con delibera del Consiglio dei Ministri, anche la proroga dello stato di emergenza fino a una durata massima di dodici mesi.

La proroga, dunque, cerchiamo di ricondurre e di chiarire questo primo aspetto, è una facoltà espressamente riconosciuta dalla legge e attivabile ogniqualvolta, anche a distanza di tempo rispetto al verificarsi dell’evento, si renda necessaria la prosecuzione degli interventi. Questa esigenza, peraltro, si verifica e si è verificata, lo dico storicamente, quasi statisticamente, quasi sempre.

Come confermano infatti molteplici precedenti, lo stato di emergenza viene ordinariamente prorogato dal Governo ben oltre il termine inizialmente fissato. Forse ci sfugge ma dal 2014 ad oggi, sono state adottate 154 dichiarazioni di stato di emergenza, 154, ben 84 sono state le delibere di proroga.

E d’altra parte, se considerate, se guardiamo all’interesse della nostra comunità e mettiamo da parte, scacciamo via la tentazione di far polemica, sarebbe incongruo sospendere bruscamente l’efficacia delle misure adottate, se non quando si siano compiutamente esauriti i procedimenti avviati e la situazione, in base a criteri di ragionevolezza e proporzionalità, sia riconducibile a un tollerabile grado di normalità.

E vedete se questo è vero… perché l’obiezione potrebbe essere: ma negli altri casi si è trattato di alluvioni, terremoti, ma anzi è un argomento che gioca in senso contrario e rafforza la necessità di prorogare adesso lo stato d’emergenza, perché in quel caso si tratta di eventi che si esauriscono una volta per tutte, appunto un’alluvione, un terremoto, in questo caso invece è un evento, la pandemia, che non si è risolto in un fatto puntuale, ma ha assunto i tratti di un processo in continua e anche imprevedibile evoluzione e che purtroppo ancora oggi non ha completamente esaurito i suoi effetti, per quanto, e tendo a sottolinearlo, il Governo ne è pienamente edotto, come tutta la Comunità nazionale, attualmente sia contenuta nella sua portata e territorialmente circoscritta.

Se decidessimo diversamente, se ci assumessimo la responsabilità di non prorogare lo stato di emergenza dichiarato il 31 gennaio scorso, dobbiamo essere consapevoli, consapevoli, della portata pratica della nostra decisione: cesserebbero di avere effetto le ordinanze – ne sono state adottate 38, di cui 4 ancora attualmente al vaglio della Ragioneria generale dello Stato – così come cesserebbero di avere effetti tutti i conseguenti provvedimenti attuativi.

Faccio qualche esempio, perderebbero efficacia dall’oggi al domani misure come: l’allestimento e la gestione delle strutture temporanee per l’assistenza alle persone risultate positive; l’impiego del Volontariato di protezione civile – quindi dire no alla proroga significa assumersi la responsabilità di dire no a tutti questi provvedimenti anche attuativi e a queste misure -; reclutamento e la gestione di task force di personale sanitario a supporto delle strutture regionali e degli istituti penitenziari; la prosecuzione dell’attività relativa finanche al numero verde 1500 per l’assistenza alla popolazione; il pagamento dilazionato delle pensioni presso gli Uffici postali per evitare assembramenti; l’attribuzione all’Istituto superiore di sanità della sorveglianza epidemiologica; l’attivazione del sistema CROSS, ne abbiamo fatto grande uso e ne stiamo facendo grade uso, è la “Centrale operativa remota di soccorso sanitario”, che – in caso di mancanza di posti letto nei reparti di terapia intensiva in una Regione, – può esplodere da un momento all’altro un cluster, un focolaio – ecco, prevede il trasferimento dei pazienti in ospedali situati in altre Regioni. Potete parlare con i Presidenti delle Regioni, potete parlare con i rappresentati degli Enti locali e potranno confermare queste e tante altre misure.

Tra le misure che perderebbero efficacia vi è anche quella che consente di noleggiare navi per la sorveglianza sanitaria dei migranti. E non sfugge a nessuno quanto sia attuale il ricorso a questo strumento, che concorre – insieme agli altri apprestati dalle Autorità – a un ordinato svolgimento della quarantena, a tutela della sanità pubblica. E proprio in queste ore, gli uffici e le strutture dei Ministeri competenti sono intensamente impegnati per far fronte a una situazione complessa, che dobbiamo tutti affrontare con risoluzione, efficacia e tempestività. Siamo quindi veramente convinti di voler interrompere queste attività?

Ma non è solo questo, vedete, se lo stato di emergenza non fosse prorogato, cesserebbe la funzione di coordinamento attribuita al Capo della Protezione civile, così come decadrebbero i poteri straordinari attribuiti ai Soggetti attuatori, designati per l’espletamento di specifici compiti, perlopiù sono i Presidenti delle Regioni, il Segretario generale del Ministero della Salute e i Soggetti attuatori responsabili della gestione della sorveglianza sanitaria dei migranti.

Verrebbe a cessare le proprie funzioni anche il Comitato tecnico-scientifico, che in questi mesi ha svolto un ruolo decisivo nel sostenere e motivare, con evidenze scientifiche, sempre che si dia importanza alle evidenze scientifiche, le decisioni del Governo, sia nella fase della progressiva limitazione delle relazioni di comunità e della sospensione delle attività economiche e commerciali, sia nella delicata fase della loro graduale riapertura e del progressivo ritorno alla normalità.

A questo occorre poi aggiungere che, al 31 luglio, data di cessazione dello stato di emergenza, sono correlati numerosi termini contenuti in provvedimenti normativi – di rango primario e secondario – adottati durante lo stato di emergenza. Come è noto, molte disposizioni assumono come riferimento temporale della loro efficacia la cessazione dello stato di emergenza, mentre altre prevedono termini di efficacia a date diverse, ma comunque determinate per relationem alla data di scadenza dello stato emergenziale.

A puro titolo di esempio, cito, per tutte, una disposizione che reputo emblematica: l’articolo 122 del decreto-legge n. 18 del 2020. Quella norma, nell’istituire il Commissario straordinario, dispone – al comma 4 – che le sue funzioni cessano alla scadenza dello stato di emergenza o delle relative eventuali proroghe. La mancata proroga dello stato di emergenza farebbe cessare l’operatività del Commissario, il cui lavoro, accanto a quello della Protezione civile, è fondamentale.

La struttura commissariale, infatti, sta continuando a svolgere i suoi compiti, con particolare riguardo alla produzione e alla distribuzione di beni strumentali utili a contenere e a contrastare l’emergenza, si sta rivelando fondamentale per il completamento dell’opera di rafforzamento delle strutture ospedaliere, con specifico riferimento ai reparti di terapia intensiva e subintensiva, nonché al rafforzamento delle filiere produttive dei beni necessari per il contrasto all’emergenza.

Sta inoltre ponendo in essere un’importante attività di sostegno al Ministro della giustizia per assicurare il regolare svolgimento delle attività processuali, rese difficili dalle esigenze di distanziamento.

Soprattutto in questa fase, la Struttura commissariale sta procedendo all’acquisizione e alla distribuzione delle apparecchiature e dei dispositivi di protezione individuale, nonché di ogni altro bene strumentale – compresi gli arredi – per garantire, alle nostre ragazzi e ai nostri ragazzi, l’ordinato avvio, in tutta sicurezza, dell’anno scolastico a settembre.

Più di dieci milioni di persone – tra studenti, insegnanti e personale amministrativo – dovranno rientrare nelle scuole e dobbiamo garantire loro condizioni di massima sicurezza. È obiettivo da tutti riconosciuto come prioritario, obiettivo che richiede però uno sforzo molto elevato in termini di organizzazione e di rapido reperimento di spazi e di strumentazioni adeguate. 

Parimenti correlate alla data del 31 luglio sono anche le misure previste dal decreto-legge n. 33 del 2020 (c.d. decreto-legge “Riaperture”). Ai sensi dell’articolo 3 del decreto, le misure si applicano, salvo eccezioni, dal 18 maggio al 31 luglio 2020. Tra le misure in questione, figurano anche specifiche prescrizioni comportamentali, che sono risultate decisive per il contenimento del contagio: ad esempio, il divieto di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico, l’obbligo di assicurare il mantenimento della distanza di almeno un metro nelle riunioni.

Benché la proroga dello stato di emergenza non sia condizione di legittimità per estendere temporalmente l’efficacia delle misure adottate per fronteggiare l’emergenza, è tuttavia evidente che, in concreto, i presupposti di carattere sostanziale che giustificano la proroga delle disposizioni contenute nei decreti-legge n. 19 e n. 33 del 2020 si radicano, come ritiene la migliore dottrina costituzionalistica, proprio nella dichiarazione dello stato di emergenza. Rinnovare quelle misure senza prorogare lo stato di emergenza esporrebbe la complessiva azione dell’amministrazione a rilievi in termini di coerenza e razionalità delle scelte adottate.

La proroga dunque, se ci collochiamo in quest’ottica, se teniamo via le polemiche, le implicazioni ideologiche, e guardiamo alla sostanza dei fatti, è una scelta inevitabile, per certi aspetti obbligata, fondata su valutazioni squisitamente – direi meramente – tecniche.

Voglio chiarire, perché poi ieri nel dibattito c’é stato qualche fraintendimento. Non sto dicendo che è preclusa una valutazione politica, anzi siete chiamata a farla in questa sede. Voglio dire che il Governo sta operando questa valutazione, della necessità della proroga, sulla base di istanze organizzative, operative. Non certo perché si vuole fare un uso strumentale, come qualcuno si è spinto ad affermare, perché ad esempio si vuole assumere un atteggiamento liberticida, si vuole reprimere il dissenso, si vuole tenere la popolazione in uno stato di soggezione. Sono affermazioni gravi che non hanno nessuna corrispondenza con la realtà.

Se non si condivide la necessità di prorogare lo stato di emergenza, lo si dica chiaramente in modo franco, ma non si faccia confusione con la popolazione: perché oggi, leggendo alcune pagine, alcune risposte sui social, c’è qualcuno che ci sta seguendo, qualche cittadino che è stato convinto che la proroga dello stato di emergenza significhi ritornare al lockdown. Quindi significhi misure più restrittive dal primo agosto. Non è affatto così.

Per quanto attiene più specificamente ai profili di carattere sanitario, segnalo che il Comitato tecnico scientifico, interpellato doverosamente dal Ministro della salute in merito all’opportunità di conservare le misure contenitive e precauzionali adottate con la normativa emergenziale, ha reso, in data 24 luglio, un parere che contiene alcune considerazioni, a mio avviso risolutive circa la necessità della proroga dello stato di emergenza.

In primo luogo, il Comitato rileva che, sebbene la curva dei contagi, così come l’impatto sul Sistema Sanitario Nazionale, si siano significativamente ridotti rispetto alla fase più acuta dell’infezione – e questo è un dato positivo, perché ci rinfranca e ci induce a ripristinare quanto più possibile le pregresse condizioni di vita economica, sociale e culturale -, i numeri registrati documentano che il virus continua a circolare nel Paese, dando luogo, in varie aree regionali, a focolai che, al momento, sono stati prontamente identificati e circoscritti.

Il Comitato segnala altresì che la situazione internazionale resta preoccupante, dal momento che si registrano, in varie aree del mondo, situazioni di contagio che non accennano a migliorare. Inoltre, la situazione di Paesi a noi vicini o, addirittura, confinanti –  Francia, Paesi Balcanici e Spagna –  impone un atteggiamento di attenta vigilanza per evitare che la ripresa dei contagi interessi anche l’Italia.

È lo stesso comitato a sottolineare infine, nel suo parere, quanto ho ricordato poc’anzi: dopo la pausa estiva, nel mese di settembre, dovrà essere garantita la ripresa dell’attività didattica frontale nelle scuole, che interesserà complessivamente più di dieci milioni di persone.Le considerazioni espresse dal Comitato rafforzano, dunque, con la forza di argomentazioni basate su evidenze scientifiche, le ragioni a fondamento della scelta di prorogare lo stato di emergenza e gli effetti di chiara utilità che essa è suscettibile, questa scelta, di produrre.

Lo ribadisco, a beneficio della massima trasparenza. Con questa decisione perseguiamo l’obiettivo di garantire continuità operativa alle strutture e agli organismi che stanno operando per il graduale ritorno alla normalità e che continuano a svolgere – ai più diversi livelli e nei più vari ambiti – attività di assistenza e sostegno in favore di quanti ancora subiscono gli effetti, diretti e indiretti, di una pandemia che non si è ancora esaurita. Con questa decisione consentiamo di prorogare gli effetti di misure necessarie, la cui efficacia sarebbe compromessa, in caso di cessazione dello stato di emergenza.

Con questa decisione, infine, in base ai principi che ci hanno sempre guidato fin qui, perché questo Governo è stato sempre coerente rispetto a un metodo che ha seguito: principio di precauzione, massima trasparenza con tutti i cittadini, e criteri nella adozione delle misure della proporzionalità e adeguatezza.  

Ecco con questa decisione, sulla base sempre dei criteri ai quali ci siamo sempre ispirati, ci predisponiamo a mantenere un cauto livello di guardia, non intendiamo affatto, lo ripeto, introdurre misure restrittive, tutt’altro, potendo così intervenire, mantenendo queste misure organizzative, funzionali e operative,  con speditezza, ove mai dovessimo registrare un peggioramento della situazione.

Quindi non vi è alcuna intenzione di drammatizzare, né di alimentare paure ingiustificate nella popolazione, non è neppure questa scelta riconducibile alla volontà di voler creare una ingiustificata situazione di allarme.
Anzi. Con la proroga dello stato di emergenza continueremo a mantenere in efficienza quel complesso di misure e iniziative organizzative, operative e funzionali che rendono il nostro Paese più sicuro, a beneficio dei cittadini italiani e  a beneficio dei turisti che volessero visitarlo.
Lo testimonia l’indirizzo che il Governo ha voluto imprimere, ricordo anche la conferenza stampa del 18 maggio, che ha lanciato la “fase 2”.
Da quel momento, e in misura sempre più determinata, io e tutti i  Ministri, abbiamo sempre trasmesso segnali di massima fiducia, anche compiendo scelte risolute, addirittura con un certo anticipo rispetto ai tempi inizialmente prefigurati, con misure che hanno favorito la ripresa della vita sociale e l’avvio in sicurezza delle attività economiche e commerciali. Così continueremo a fare.
Né la scelta di prorogare lo stato di emergenza può ritenersi lesiva della nostra immagine all’estero, si è detto anche questo. Qui richiamo un pò la vostra attenzione. Qui non è questione che la dichiarazione dello stato di proroga può ledere l’immagine del nostro Paese all’estero anzi, è vero il contrario.
L’Italia, al quale tutti riconoscono attualmente il merito di aver affrontato molto bene la fase più acuta dell’emergenza, è vista come un Paese sicuro, in grado di affrontare, grazie proprio alle misure precauzionali di monitoraggio e prevenzione che abbiamo predisposto e stiamo mantenendo, la piena ripresa in sicurezza della vita sociale ed economica. E lo dico in tono molto sommesso. Anche il dibattito parlamentare dovrebbe attenersi ai profili tecnici e giuridici della decisione, senza un’impropria drammatizzazione del significato e degli effetti della proroga dello stato di emergenza, perché questa drammatizzazione essa sì sarebbe suscettibile di creare un potenziale nocumento all’immagine dell’Italia all’estero.
Veniamo all’argomentazione più insidiosa.
Alla decisone di prorogare lo stato di emergenza sono stati attribuiti significati di ogni tipo, fino a prefigurare, in qualche caso isolato, la volontà di ricorrere a questo strumento al solo scopo di preservare, in capo al Governo e in particolare al Presidente del Consiglio, poteri extra ordinem, suscettibili di alterare, tanto più se esercitati in assenza dei legittimi presupposti, l’ordinaria dialettica democratica, finanche il rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo.
È stata finanche sostenuta la paradossale tesi giuridica secondo cui sarebbe stato più opportuno procedere in tutta questa pandemia, anche nella fase più acuta, con ordinanze del Ministro della salute. Voi sapete che c’è l’articolo 32 della legge istitutiva del nostro Sistema Sanitario Nazionale, la Legge n. 833 del 1978, ritenendo quindi che il ricorso alle ordinanze del Ministro della Salute fosse più garantista e più rispettoso dei presìdi democratici rispetto al percorso da noi seguito. Come sapete abbiamo adottato norme di rango primario, attraverso lo strumento del decreto-legge, e conseguentemente poi abbiamo emanato decreti del Presidente del Consiglio che, solo considerando il loro procedimento di formazione, sono assistiti da numerose garanzie, ben superiori a quelle che assistono alle ordinanze contingibili e urgenti, come le chiama la Legge, quelle che sono previste dall’art. 32 citato della Legge del 1978 e questo anche sotto il profilo  della condivisione delle scelte, perché nel caso dei DPCM, i famosi DPCM, è previsto il coinvolgimento di tutti i ministri competenti e anche delle Regioni, come pure l’obbligo che poi è stato introdotto nel decreto-legge n. 19 del 2020 di informare preventivamente le Camere.

Questa accusa di volere evidentemente prorogare dello Stato di emergenza per giovarsi di poteri extra ordinem è frutto di un evidente equivoco.

La proroga dello stato di emergenza non incide sul potere del Presidente del Consiglio dei ministri di emanare decreti. Lo stato di emergenza è un presupposto di fatto, ma non la fonte di legittimazione formale, che si rinviene, invece, lo ho già detto, nei decreti legge quindi nella normativa di rango primario.
Il potere di adottare i DPCM è al momento correlato alla data del 31 luglio, termine di cessazione dello stato di emergenza, non in ragione quindi di una formale connessione tra DPCM e stato di emergenza, ma perché questo espressamente prevede la fonte di rango primario legittimante, la quale peraltro avrebbe anche potuto disporre diversamente.

In altre parole, qualora il Consiglio dei Ministri adottasse la delibera di proroga dello stato di emergenza, non per questo il Presidente del Consiglio sarebbe autorizzato a emanare DPCM, non per questo.
Il potere del Presidente del Consiglio dei ministri non deriva dalla dichiarazione dello stato di emergenza ma si radica nella normativa di rango primario. La dichiarazione dello stato di emergenza costituisce, possiamo convenirne, certamente il presupposto di fatto, il requisito sostanziale, ma non potrebbe in alcun modo legittimare di per sé l’adozione dei DPCM, se non fosse affiancata da una fonte abilitante di rango legislativo.

Dunque, per continuare a essere esercitato dopo il 31 luglio, quel potere richiederà, questo deve essere molto chiaro, comunque un ulteriore intervento normativo, ovvero un nuovo decreto-legge, che sarà sottoposto all’esame parlamentare per la sua conversione in legge. Con quel decreto, ragionevolmente, saranno spostati i termini contenuti nei decreti-legge n. 19 e n. 33, coerentemente con il termine poi che verrà prorogato in coincidenza dello stato di emergenza.

Con successivi DPCM, sempre in base ai principi di precauzione, adeguatezza e proporzionalità, saranno tendenzialmente confermate quelle misure precauzionali minime che stiamo applicando in questo periodo, quindi non misure più restrittive ma, se del caso, confermato quelle minime misure precauzionali che ci stanno consentendo di convivere con il virus, comunque nella prospettiva di un pieno, benché graduale, ritorno alla normalità.

La mia presenza qui dimostra la massima disponibilità del Governo a interloquire con il Parlamento e a tenere conto delle indicazioni che perverranno dalle Camere con riferimento alla scelta di prorogare lo stato di emergenza, anche se questa scelta è da rimettere a una deliberazione del Consiglio dei Ministri.
Ieri mattina si è concluso un Consiglio dei Ministri e per quanto non abbiamo adottato nessuna delibera, abbiamo convenuto con tutti i Ministri sulla necessità di prorogare lo stato di emergenza, e in particolare è emerso l’indirizzo di limitarne l’estensione temporale al prossimo mese di ottobre.

Come sapete ieri c’è stata una risoluzione di maggioranza al Senato che propone come data di estensione dello stato di emergenza al 15 ottobre. Preannuncio che il Governo, ovviamente nel caso fosse confermata anche qui alla Camera, si atterrà a questa indicazione anche temporale.

Ricordo che lo stato di emergenza fu dichiarato dal Consiglio dei ministri il 31 gennaio scorso, al verificarsi dei primi isolati casi di COVID-19, registrati all’interno di un gruppo di turisti cinesi che erano qui a Roma.

Il Consiglio dei Ministri assunse quella decisione dopo che, il 30 gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità aveva adottato la dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per COVID-19. Quindi il giorno dopo, fummo molto tempestivi in questo. Sottolineo che questa decisone, poi, dell’Organizzazione mondiale della Sanità, è stata confermata il 1 maggio.

E quindi mi rivolgo alle forze di maggioranza, ma ancora una volta alle forze di opposizione, perché, insisto, sono questioni queste su cui non si deve ragionare per schieramenti precostituiti, non si deve cedere a logiche oppositive.

Alla luce delle considerazioni svolte e dei dati obiettivi a disposizione occorre essere consapevoli che la cessazione al 31 luglio dello stato di emergenza determinerebbe l’arresto di tutto il sistema di protezione e di prevenzione costruito in questi difficili, sottolineo difficili, mesi nell’interesse della collettività, a tutela di beni quali la vita e la salute che, anche sotto il profilo assiologico, sono al vertice della gerarchia dei valori costituzionali, in quanto precondizione per il godimento di tutti gli altri diritti.

Si è trattato di scelte non facili, oggettivamente scelte molto difficili, che hanno comportato tanti sacrifici, ma che ci hanno permesso di superare con successo le fasi più acute dell’emergenza. Sono scelte che il Governo ha sempre condiviso con il Parlamento, presentandosi davanti alle Camere alla vigilia di ogni decisione.

E resto fiducioso che, anche in questa occasione, possa maturare in quest’Aula, con consapevolezza, con piena assunzione di responsabilità, una convergente valutazione positiva su questo decisivo passaggio, da cui discendono rilevanti conseguenze per i nostri cittadini. Grazie”.

IL VIDEO DELL’INTERVENTO DEL PREMIER ALLA CAMERA

La Voce

Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri

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Redazione La Voce

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