La "Sophia"

Concepire sé stessi nella “violenza” e riuscire a guarire

L’integrità: il grande rimedio alla violenza

In questi giorni il mondo aveva spostato la sua attenzione sulla tematica della violenza, ritengo per questo importante far risuonare una verità dentro il cuore delle persone.

Non mi riferisco soltanto alla violenza “nella” donna ma alla violenza di qualsiasi tipo. Tutti siamo almeno una volta entrati in contatto con questa frequenza.

Voglio dare una visione differente dal solito per offrire una via di uscita da questa frequenza e riuscire ad abbracciare la libertà dentro di sé.
Innanzitutto, è importante capire che quando sentiamo una violenza nei nostri confronti essa parte dentro di noi e quasi sempre da una mancanza che sentiamo. Che si tratti di una violenza fisica, psicologica, emotiva o spirituale essa è sempre dovuta a un bisogno di nutrire una mancanza dentro di noi. Con questo non voglio dire che non esiste veramente la “vittima” ma la differenza che intendo sottolineare è proprio che quando avviene una violenza di qualsiasi tipo siamo “vittime” di noi stessi.

Come è possibile questo?

So che è difficile concepire che non ci sia veramente un colpevole all’esterno per la violenza che subiamo ma non è infatti necessario farsene una colpa se fino ad oggi abbiamo agito in modo contrario ovvero ricercando la colpa all’esterno.

Quando succede qualcosa che definiamo una violenza nei nostri confronti abbiamo la sensazione che l’altro abbia abusato di ciò che realmente siamo. Ci sentiamo feriti nel nostro valore più grande.
Non è strano che nel momento in cui si subisce una violenza si porta anche in luce improvvisamente il proprio valore?

La violenza infatti porta alla superficie ciò che solitamente non vediamo di noi stessi. Un tipo di violenza che più o meno abbiamo tutti subito almeno una volta è la violenza psicologica/emotiva.

Solitamente avviene nei rapporti che viviamo con altre persone, amici, famigliari, partner ecc. Quasi sempre viene a istaurarsi un meccanismo in cui non siamo padroni delle proprie emozioni e soprattutto in cui non riconosciamo il nostro valore.
Nella violenza psicologica/emotiva viene lasciata via libera all’altro di gestire le nostre azioni attraverso l’influenza psicologica ed emotiva. Solitamente la vittima si trova in una posizione di insicurezza in cui dubita costantemente di ciò che fa quando agisce da sola. Ha bisogno quasi sempre della conferma dell’altro per credere nella propria scelta. La persona che subisce si sente inoltre sempre debitore verso colui che abusa.

Perché questo?

Perché non avendo in prima persona il controllo su ciò che prova, sceglie e fa, si sente sempre di dover affidare all’altro la propria parte emotiva o psicologica. Come si può pensare infatti che una persona possa prendere il controllo delle nostre azioni attraverso le emozioni e la psiche se noi stessi non lo permettiamo? Diciamo cose del tipo “come si permette l’altro?” ma in realtà ci dovremmo chiedere “come ci permettiamo noi di trattarci in questo modo?”

Siamo noi l’unico capitano del nostro corpo e dell’Essere che siamo.

Per questo motivo abbiamo una responsabilità verso noi stessi, sta a noi proteggere ciò che siamo e soprattutto riconoscere il proprio valore sempre. Tuttavia, la violenza è ancora molto presente nella nostra società. Durante la giornata della violenza contro le donne ad esempio si può notare come veramente la donna abbia ancora il bisogno di mettersi in mostra nella versione più debole e compatita di sé stessa senza riconoscere il suo valore e il potere femminile che risiede dentro di lei.

Comprendo che per molti sia importante questa giornata e anche che si crede che venga dato un minimo di riconoscimento alla donna. Se la donna però non comincia a fare pace dentro di sé e a riconoscere che non c’è alcuna oppressione o sottomissione se non quella che lei stessa permette dentro di sé, sarà sempre convinta di non essere vista quanto l’uomo.

Come può la donna sapere se si sta auto-opprimendo e quale è il ruolo della donna?

Chiedendosi innanzitutto: “Cosa posso dare in quanto donna?, Cosa posso offrire al mondo in quanto donna?” In base alla risposta che ognuna darà dentro di sé diventa ben chiaro la visione che si ha di sé stessi.

Purtroppo, la giornata della violenza contro le donne non ha alcun esito positivo se non quella di attirare l’attenzione da parte del maschile che vedrà “una vittima” al posto di una donna che sa cosa significa essere donna.

Si è convinti che in quella giornata si mettano in luce i lati belli della donna attraverso messaggi lanciati a suo favore ma non è possibile ottenere un buon risultato andando contro la violenza senza generare ulteriore violenza.

Per quale motivo la giornata mette in mostra donne massacrate di botte, sanguinanti o sottomesse e non mette in luce invece il valore che ha la donna? Forse perché la donna è quella meno consapevole di cosa significa venire qui sulla terra nella sua veste. Essa pretende da anni di essere vista senza vedere veramente cosa significa applicare il femminile nella sua vita e nella vita con un uomo. Preferisce chiedere all’uomo di vederla quando non è compito suo scoprire cosa significa essere donna. Molti uomini purtroppo tentano di scoprire cosa significa essere una donna perdendo totalmente il loro ruolo e sentendosi spesso incapaci nella vita e di fronte alle donne.
Una delle cose più difficile è proprio che l’uomo e la donna si abbraccino.

Anche l’uomo subisce una violenza perché non si riconosce più.  Egli è diventato uno strumento che serve alla donna per raggiungere i suoi obiettivi e misurare sé stessa per convincersi di essere superiore e saper fare meglio le cose rispetto all’uomo.

Non dubito del fatto che anche per l’uomo la donna rappresenti spesso un oggetto con cui è possibile soddisfare i propri bisogni ma quello che intendo dire è che spetta alla donna riconoscersi come qualcosa di differente esattamente come spetta all’uomo riconoscersi che non è un incompetente rispetto alla donna.

Vediamo nell’altro ciò che è, ciò che trasmette. Non vediamo nell’altro una nostra convinzione ma esattamente ciò per cui l’altro si mostra.

Se ti senti una donna oppressa e sottomessa o se sei convinta che non puoi fare qualcosa solo perché sei una donna allora vuol dire che non sei ancora consapevole di ciò che sei veramente. Se ti senti un uomo incapace, insicuro e in dovere di compatire la donna nella sua violenza allora non sei ancora consapevole di ciò che veramente sei.

La violenza “della donna e dell’uomo” è l’inizio di un percorso di trasformazione che spetta a entrambe le parti assumersi la responsabilità di intraprendere.

Soltanto quando entrambi si concentreranno su sé stessi per scoprire di più di ciò che sono, potrà esserci un incontro armonioso e di amore tra i due.

Qualsiasi tipo di violenza porta con sé la responsabilità di scoprire di più su se stessi e tirare fuori il proprio valore.

Se senti di aver subito una qualsiasi violenza oltre a ciò che ritieni giusto fare, comprendi anche che non è possibile delegare a qualcun altro la responsabilità del proprio corpo e del proprio Essere.

Concediti la possibilità di guarire veramente sentendoti libero/a di ciò che sei.

Sophia Molitor

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