Storia

La battaglia di Fornovo: l’inizio della fine dell’indipendenza italiana

In un’alleanza effimera e litigiosa gli stati italiani mostrano all’Europa la loro vulnerabilità

In questa rubrica abbiamo più volte dedicato spazio alla guerra nel Rinascimento, descrivendo le battaglie (Agnadello), incontrando i condottieri (Carmagnola e Colleoni) e conoscendo le armi e le tattiche (picchieri e lanzichenecchi). Continueremo ora il nostro viaggio nella guerra rinascimentale rivivendo una delle battaglie più importanti nella storia italiana di quel periodo, le cui conseguenze decisero i destini d’Italia per secoli: stiamo parlando dello scontro che ebbe luogo nel luglio del 1495 a Fornovo di Taro, cittadina poco distante da Parma.

La battaglia che andremo a descrivere si svolse durante il conflitto che vide la Francia di Carlo VIII contrapposta ad una coalizione di stati italiani, ovvero: la Repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, il Regno di Napoli, il Ducato di Milano, la Repubblica di Genova e Mantova, oltre a Sacro Romano Impero e Spagna. Il tutto ebbe inizio quando il re di Francia avanzò delle pretese al trono del Regno di Napoli, dato che il monarca d’oltralpe vantava dei lontani diritti di eredità attraverso la nonna paterna Maria d’Angiò.

Nel settembre del 1494 Carlo VIII discese quindi in Italia con un forte esercito (in parte composto da mercenari svizzeri), e con un potente e moderno parco d’artiglieria; attraversando rapidamente la Toscana e il Lazio, i francesi (senza tralasciare di consumare episodi di efferatezza e brutalità nei confronti delle popolazioni civili dei territori in cui transitavano) occuparono Napoli nel febbraio del 1495.

La rapidità con cui l’esercito di Carlo VIII attraversò la penisola, la violenza dei saccheggi ai quali furono sottoposte le città italiane, unitamente alle pretese che il re di Francia avanzava nei confronti di altri territori (particolarmente sul Ducato di Milano di Lodovico il Moro, che inizialmente si era schierato col re francese e proprio per le pretese che questi avanzava cambiò schieramento) spaventarono gli altri stati italiani, i quali decisero quindi di dare vita all’alleanza di cui abbiamo sopra accennato.

Il comando dell’esercito della coalizione fu assegnato al condottiero Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, che a partire dal mese di maggio cominciò ad attaccare i presidi che i francesi avevano lasciato lungo il loro percorso a difesa delle linee di rifornimento.

Fornovo Vistosi attaccato lungo i collegamenti con la madrepatria, Carlo VIII decise di marciare col suo esercito verso nord, incontrando le forze della coalizione vicino la cittadina parmense di Fornovo di Taro (per la cronaca, molti dei soldati francesi si ammalarono di sifilide, e nel risalire la penisola diffusero il morbo in tutto il centro-nord Italia, tanto che da allora questa malattia venerea fu nota agli italiani col nome di “mal francese”).

Il 27 di giugno del 1495 l’esercito alleato si accampò presso Fornovo in attesa del nemico, con 2.500 cavalieri, 8.000 fanti e 2.000 stradiotti (mercenari di cavalleria leggera greco-albanesi); il 4 luglio i francesi giunsero a Fornovo con 8.500 tra cavalieri e fanti, avendo a seguito anche il ricco bottino accumulato nella campagna. Il giorno 6 ebbe inizio la battaglia, di cui vedremo ora gli schieramenti.

I francesi erano suddivisi in un’avanguardia, una formazione centrale comprendente la guardia reale con lo stesso sovrano, ed una retroguardia; dato il terreno impraticabile per le piogge dei giorni precedenti, ai transalpini non fu possibile schierare la loro potente artiglieria.

Francesco Gonzaga suddivise le forze di cui disponeva organizzandole su nove linee, assegnando alle prime il compito di distrarre l’avanguardia e il centro francese, mentre le linee di riserva retrostanti avrebbero attaccato lo schieramento di coda generando scompiglio nell’intera armata nemica.

Il primo attacco fu lanciato dalla cavalleria italiana, che ebbe difficoltà a manovrare sul terreno fangoso; ad un tratto gli stradiotti notarono che la guardia al bottino francese era impegnata dalla cavalleria alleata, per cui si gettarono sul bottino stesso abbandonando le posizioni loro assegnate, alla ricerca di un facile guadagno, fuggendo una volta riempitisi le tasche.

Quando la riserva italiana entrò in azione, i francesi si demoralizzarono e si ritirarono su una collina, ma la defezione dei mercenari rese impossibile all’armata alleata l’inseguimento del nemico, cosa che permise ai francesi di ripiegare senza subire un vero e proprio rovescio, potendo così ritirarsi in un relativo ordine. L’esercito di Carlo VIII perse un migliaio di unità, mentre le perdite italiane furono di circa 2.000 uomini (va però sottolineato che i francesi uccidevano i prigionieri, soprattutto i cavalieri appiedati, mentre il codice di guerra italiano proibiva l’uccisione di un cavaliere nemico disarcionato).

Chi vinse dunque? Alla fine della battaglia gli alleati italiani rimasero sì padroni del campo, ma sfuggì loro la possibilità di conseguire la vittoria decisiva, dato che non annientarono l’esercito nemico e subirono il doppio delle perdite dei francesi. Per quanto riguarda il re di Francia, non subì una vera e propria disfatta, ma fu costretto a fare rientro in patria, e con un esercito molto ridimensionato nell’organico, e per di più senza il ricco bottino incamerato durante la discesa in Italia, ovvero senza la possibilità di pagare i mercenari per eventuali campagne future.

Ma al di la dell’attribuzione della vittoria militare, ciò che più conta è quello che fu l’esito politico della campagna che ebbe termine con lo scontro di Fornovo.

L’alleanza degli stati italiani durò giusto il tempo di dare battaglia a Carlo VIII, poi tutto tornò come prima: non appena l’ultimo armigero francese mise piede fuori dalla penisola, gli italiani ripresero a dividersi e a combattersi l’un l’altro.

E difatti la conseguenza più importante della campagna del re di Francia e della battaglia di Fornovo fu proprio questa, ovvero il messaggio che ne derivò e che fece il giro d’Europa: l’Italia, la ricca e prospera Italia del Rinascimento, era lacerata al suo interno, e gli stati che la componevano erano divisi e litigiosi, ognuno interessato solo al proprio “particolare”; vale a dire, chiunque avesse voluto discendere nella penisola per fare razzie e scorribande (proprio come aveva fatto il re di Francia), avrebbe potuto farlo senza incontrare una solida e netta opposizione.

Nessuna nazione europea avrebbe mai osato sfidare i ricchi stati italiani (ossia chi ha il denaro e può permettersi i migliori e più potenti eserciti) se questi avessero dato prova di unità e compattezza difronte al nemico comune (tra le fila francesi, ossia contro la coalizione italiana, vi erano anche soldati del duca di Ferrara Ercole d’Este); ma l’alleanza degli italiani fu tardiva e prese corpo solo quando il re francese ed il suo esercito erano già discesi nella penisola, facendo scempio delle città e delle contrade italiane.

In buona sostanza, quella coalizione nacque solo perché ciascuno degli stati italiani temeva per il proprio territorio, e non certo per l’interesse comune a difendere l’intera penisola dalla calata dello straniero. Ciò che uscì dalle vicende che culminarono con la  battaglia di Fornovo, fu proprio quel messaggio che ebbe conseguenze devastanti per il futuro d’Italia nei successivi tre secoli, periodo durante il quale i sovrani dei grandi stati nazionali europei si sarebbero contesi il possesso della penisola, trasformando l’Italia in un enorme campo di battaglia ed un ricco terreno di conquista. 

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Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa

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