Storia

La battaglia della Cernaia: il piccolo Piemonte protagonista in Europa

La poco conosciuta battaglia che fu preludio alla Seconda Guerra di Indipendenza

Più volte nella nostra rubrica ci siamo occupati della Prima Guerra d’Indipendenza, quella che vide l’esercito del Regno di Sardegna battuto prima a Custoza nel ’48 e poi definitivamente a Novara nel ’49. Le cose andarono poi diversamente nella Seconda Guerra d’Indipendenza nel ’59 quando, grazie al fondamentale contributo dell’alleato francese, l’esercito che è uso indicare come “piemontese” (ma in realtà a quell’epoca già “italiano” data la presenza dei tanti volontari accorsi da ogni parte della penisola) fu vincitore in Lombardia.

Tra le due guerre per l’indipendenza però, vi fu un altro evento bellico in cui le armi sabaude si trovarono nuovamente sul campo di battaglia, ossia la Guerra di Crimea (1853-1856). La partecipazione a questa guerra combattuta su un teatro di operazioni tanto lontano dall’Italia, in cui apparentemente non sembrerebbero esserci diretti interessi per il Piemonte sabaudo, fu fortemente voluta dal Conte di Cavour, allora Presidente del Consiglio del Governo di re Vittorio Emanuele II, e tra poco vedremo quale sottile calcolo vi fosse dietro questa astuta mossa dello statista italiano.

Vediamo intanto di inquadrare il contesto in cui si svolsero gli eventi bellici.

Il tutto ebbe origine quando la Russia attaccò la Turchia (o meglio l’Impero Ottomano) nell’ottobre del 1853, e Francia e Gran Bretagna si schierarono a difesa della Turchia temendo l’espansione Russa verso il Mediterraneo. Il conflitto si svolse principalmente nella penisola della Crimea e soprattutto presso la città di Sebastopoli, che fu messa sotto assedio dagli alleati e presa il 9 settembre del 1855 decretando la sconfitta russa.

Come abbiamo visto, anche il Piemonte prese parte alla guerra contro la Russia, ed il contingente guidato dal generale Alfonso La Marmora si imbarcò a Genova alla volta della Crimea il 25 aprile del 1855. Le forze piemontesi contavano in totale 18.000 uomini suddivisi in cinque reggimenti di fanteria, cinque battaglioni di bersaglieri, un reggimento di cavalleria e 35 cannoni.

Il contingente piemontese raggiunse la propria destinazione all’inizio di maggio e dopo pochi giorni cominciò a subire pesanti perdite, non per le pallottole russe, ma bensì per una grave epidemia di colera che stava falcidiando da tempo gli eserciti alleati francese ed inglese.

Tra i 1.300 piemontesi morti per la malattia vi fu anche il fondatore dell’arma dei bersaglieri Alessandro La Marmora, fratello di Alfonso comandante del contingente piemontese. Per dare l’idea della virulenza del morbo, il 7 di giugno fu raggiunto il picco massimo con 73 morti in un solo giorno.

I reparti piemontesi vennero schierati sulla destra dello schieramento alleato che assediava Sebastopoli, sulle alture poste a ridosso del ponte di Traktir. Nei primi mesi di guerra non accadde sostanzialmente nulla di rilevante, fino a quando in agosto i russi decisero di attaccare lo schieramento alleato per liberare Sebastopoli dall’assedio; il 16 agosto alle quattro del mattino l’esercito dello zar inviato in soccorso degli assediati attaccò con due colonne.

Vennero subito investiti gli avamposti piemontesi posti oltre il fiume Cernaia, dove si trovava un battaglione del 16° fanteria; a supporto fu inviato un battaglione di bersaglieri. La resistenza piemontese contro le forze russe numericamente preponderanti fu tenace ma alla fine le posizioni dovettero essere abbandonate ed i russi concentrarono il loro attacco sulla sinistra francese ad ovest del ponte di Traktir, dove gli accaniti combattimenti videro i russi venire più volte respinti dai contrattacchi francesi.

La Marmora inviò in supporto ai francesi sette dei suoi battaglioni che attaccarono alla baionetta, mentre l’artiglieria piemontese martellava il fianco russo; alle nove i russi erano battuti e ripiegarono sulle posizioni di partenza ed i piemontesi, che tennero in quella giornata di lotta un contegno ammirevole battendosi con indubbio valore, rioccuparono le posizioni che avevano dovuto abbandonare nella fase iniziale della battaglia. Allo scontro appena concluso avevano partecipato 40.000 russi, 27.000 francesi e 10.000 piemontesi.

Il mancato intervento della vicina cavalleria inglese, che avrebbe dovuto inseguire il nemico in ritirata, impedì di conseguire una vittoria più consistente, ma comunque i russi furono respinti lasciando sul campo 8.000 tra morti e feriti. I francesi lamentano 220 morti e 1.225 feriti, e i piemontesi 14 morti e 170 feriti.

Quello fu l’ultimo tentativo russo di rompere l’assedio a Sebastopoli; poco dopo, l’8 settembre, gli alleati arrivarono alle mura di Sebastopoli ed il 9 entrarono in città.

La pace tra gli alleati e la Russia fu sancita nel successivo Congresso di Parigi, dove emerse il genio politico e diplomatico di Cavour, e trovò giustificazione la partecipazione del Regno di Sardegna a quella guerra combattuta tanto lontano dalla penisola che vedeva la questione italiana ancora aperta.

Difatti, l’aver partecipato alla Guerra di Crimea permise alla diplomazia piemontese, rappresentata a Parigi da Cavour stesso, di sedere al tavolo della pace al pari delle grandi nazioni europee, potendo così porre all’ordine del giorno anche la questione italiana, che per la prima volta fu discussa dalle grandi potenze non per spartirsi la penisola come al Congresso di Vienna del 1815 dopo la caduta di Napoleone, ma poter trovare una soluzione alla questione italiana stessa; e nell’occasione furono gettate le basi per le future alleanze che avrebbero portato alla Seconda Guerra di Indipendenza.

Da quel momento, quella dell’Italia e del suo assetto divenne una questione di fondamentale importanza negli equilibri europei, e l’epilogo sarà appunto con quella guerra che nel 1859 vedrà l’Austria battuta, la Lombardia annessa al Regno di Sardegna (e con essa molte altre regioni italiane), la spedizione dei Mille di Garibaldi, e la nascita nel nuovo Regno d’Italia sotto la corona di Vittorio Emanuele II.

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Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa

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