Storia

Castelfidardo, 18 settembre 1860: una vittoria italiana dimenticata

I mercenari stranieri al soldo del Papa re collezionano una sonora sconfitta

Nella recente storia militare italiana ci sono state, come per qualunque altra nazione, cocenti sconfitte quali Custoza (1866), Caporetto (1917) ed El Alamein (1942), e grandi vittorie come la Battaglia del Volturno (1860), la battaglia del Piave (1918) e Vittorio Veneto (1918). All’elenco delle vittorie italiane va però aggiunto uno scontro, poco conosciuto ai più, che avvenne verso la metà del mese di settembre del 1860.

Mentre i garibaldini stavano per dare il colpo di grazia all’esercito borbonico, un corpo di spedizione dell’esercito del Regno di Sardegna (si chiamava ancora così, non esistendo ancora formalmente l’esercito italiano, ma era comunque un’armata formata in gran parte da volontari provenienti da ogni regione d’Italia), aveva attraversato il confine con lo Stato Pontificio (un territorio grossomodo corrispondente alle attuali Umbria, Marche e Lazio), la cui difesa era stata affidata al generale Lamoricière, al comando di un esercito composto principalmente da mercenari svizzeri, francesi, austriaci, irlandesi e spagnoli.

Questi aveva deciso di dirigersi verso la piazzaforte di Ancona, ben munita e abbastanza vicina alle basi operative dell’esercito austriaco, sul cui intervento sperava.

CastelfidardoIntanto il VII° corpo italiano, al comando del generale Cialdini, percorse verso sud la costa adriatica liberando l’11 settembre Pesaro e Fano tra l’entusiasmo della popolazione. Nel frattempo il generale Fanti entrava in Umbria battendo i pontifici che difendevano Città di Castello e successivamente attaccò e liberò Perugia, difesa dalla brigata svizzera del generale Schmidt (gli stessi che un anno prima, per sedare i moti filoitaliani, misero la città al sacco massacrandone la popolazione); il 15 fu liberata Foligno, mentre i resti delle brigate pontificie si ritiravano sconfitti.

Il Lamoricière tentava con le forze che gli rimanevano di raggiungere Ancona, ma gli italiani non gli davano tregua, forti della loro superiorità numerica.

Si giunse quindi alla mattina del 18 settembre, giorno dello scontro decisivo, in località Castelfidardo (venti chilometri da Ancona). I pontifici disponevano di 5.000 uomini con 12 cannoni e 500 cavalieri, mentre gli italiani schieravano 12.000 uomini, 24 cannoni e 1.000 cavalieri.

Tre battaglioni pontifici (soprattutto svizzeri e francesi) tentarono subito di avanzare d’impeto per aprirsi la strada verso Ancona, ma furono contrattaccati da quattro battaglioni italiani della brigata Regina; si accese subito una mischia furibonda, mentre il generale Cialdini faceva avanzare due battaglioni di bersaglieri e quattro squadroni di cavalleria per iniziare una manovra di avvolgimento. Nel frattempo entrò in azione l’artiglieria italiana che cominciò a prendere d’infilata i battaglioni pontifici, mentre i lancieri di Novara li minacciavano alle spalle.

A questo punto i pontifici, vedendosi minacciati di accerchiamento, cominciarono a sbandarsi e a fuggire, mentre il Lamoricière tentava invano di trattenerli; la lotta si esaurì quando anche gli zuavi francesi, che si erano battuti con tenacia fino all’ultimo, si arresero.

I pochi scampati all’accerchiamento, guidati dal Lamoricière, tentarono di dirigersi sulla strada per Ancona, ma vennero assaliti dal 9° reggimento di fanteria italiano, venendo in gran parte fatti prigionieri; il generale Lamoricière, con pochi superstiti, riuscì a scampare alla cattura e a raggiungere Ancona percorrendo i sentieri alle pendici del Monte Conero.

La città marchigiana verrà poi assediata dagli italiani e capitolerà il giorno 29 (Lamoricière fuggì via mare); il 3 ottobre Re Vittorio Emanuele II sbarcò nel porto di Ancona accolto dalla folla festante, in un tripudio di bandiere tricolori (successivamente, un plebiscito sancì la volontà delle popolazioni delle Marche e dell’Umbria di unirsi al Regno di Sardegna e di avere Vittorio Emanuele II come loro re costituzionale).

Gli italiani lamentarono 61 morti e 200 feriti; i pontifici 88 morti, 400 feriti, più di 600 prigionieri e una bandiera catturata.

Non si può negare che gli italiani avevano goduto di una forte superiorità sia numerica che di artiglieria, ma è altrettanto vero che il generale Cialdini agì con rapidità ed efficienza massimamente espresse durante lo scontro; così come i soldati italiani, spinti dal loro fervore patriottico, si batterono con valore.

E va anche dato atto ai soldati pontifici che, contro un nemico superiore in uomini e mezzi, combatterono con grande tenacia e accanimento.

Una schiacciante vittoria italiana dunque. Ma perché allora quello scontro vittorioso fu poco celebrato e quasi tenuto nascosto, mentre a battaglie come quella di San Martino e Solferino, o le grandi imprese della spedizione dei Mille, fu data così grande risonanza? La ragione è di carattere prettamente politico.

Nell’attraversare il confine con lo Stato Pontificio per annetterne le provincie (non ancora Roma, per la cui annessione i tempi non erano maturi), il governo Cavour creò fortissima irritazione presso le cancellerie delle potenze cattoliche, Francia ed Austria in testa; sbandierare in faccia all’opinione pubblica europea quella vittoriosa battaglia contro le truppe del Papa, avrebbe creato dei pericolosi malumori presso i governi che osteggiavano l’iniziativa italiana, e un intervento militare straniero nella penisola in appoggio a Pio IX era un rischio assolutamente concreto. Così Cavour decise prudentemente di metter la sordina su quanto accaduto.

E così siamo noi oggi a rendere onore al merito a quegli italiani che, giunti da ogni regione d’Italia, ansiosi di battersi all’ombra del tricolore per completare l’Unità (anche se per Roma e Venezia occorrerà aspettare ancora qualche anno), combatterono con grande valore regalando all’Italia una netta e innegabile vittoria.

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Marco Ammendola

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Marco Amendola

Anche se faccio tutt'altro lavoro, sono da sempre appassionato di storia, un romanzo talmente avvincente che non necessita di un finale a sorpresa

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